Il riarmo d’Europa rilancia la leva: l’Italia e le varie ipotesi di riserva

Le dichiarazioni del ministro Crosetto su una nuova leva per le Forze armate in realtà nulla hanno a che fare con la coscrizione obbligatoria «sospesa» in Italia nel 2004 (non abrogata, per evitare il contrasto con l’art. 52 della Costituzione, che definisce la Difesa «sacro dovere del cittadino»). La vecchia «naja» non potrà infatti mai tornare per mancanza di risorse, strutture e personale addestratore e per una diffusa idiosincrasia, specie giovanile, nell’opinione pubblica.
C’è però la necessità, evidenziata dall’Ucraina, di disporre di forze di riserva che supportino gli eserciti professionali europei che hanno nella specializzazione il punto di forza ma difettano nei numeri. Esiguità imposta da esigenze economiche e «giustificata» dal lungo periodo di pace seguito alla caduta del muro di Berlino, con la «certezza» del supporto Usa in caso di conflitto.
L’orologio della storia però ha mutato gli scenari e il Vecchio Continente è alle prese con deficit incancrenitisi in decenni di scelte al ribasso.
Al di là dell’arretratezza in alcuni settori (come droni e cyber war) risaltano carenza di personale e invecchiamento dello stesso (in Italia l’età media dei soldati è di 43 anni). La guerra ha solo accentuato una disaffezione in atto da tempo (persino la Us Navy fatica a reclutare marinai, perché i periodi di imbarco superiori ai sei mesi allontanano i giovani; lo stesso accade alla nostra Marina, con navi molto moderne ma equipaggi «risicati»). In Gran Bretagna, ad esempio, nel 2022 le domande di arruolamento sono diminuite del 25%.
Perciò si punta su forme moderne di reclutamento: la Germania ha scelto una via intermedia, con visita medica per tutti i giovani per avere un quadro degli arruolabili, lasciando però l’incorporazione alla volontarietà (incentivata da stipendi elevati). L’obiettivo, ambizioso, è arrivare a 230mila soldati entro il 2030 (oggi sono 180mila, ma nel 2003, leva vigente, erano 317mila).
La coscrizione obbligatoria resta in Austria, Danimarca, Lituania, Grecia, Cipro e Turchia ed è appena stata reintrodotta in Croazia. Intanto Parigi, mentre pensa a nuove forme di reclutamento dal 2026, in questi giorni ha sancito per legge la possibilità di utilizzare in alcuni settori compagnie private di sicurezza.
A far scuola è il cosiddetto «modello scandinavo», con unità territoriali motivate dal fatto che difendono i loro Paesi responsabilizzando tutti, maschi e femmine. La Finlandia arruola per 8 mesi 21mila giovani l’anno, alimentando così la riserva mobilitabile.
La Svezia ne incorpora 8.000 per 9-11 mesi che poi restano in servizio o transitano sino a 70 anni (!) nella Hemvarnet, la Guardia territoriale, addestrandosi 15 giorni l’anno per la Totalforsvaret (difesa totale). In Norvegia la «naja» è di 19 mesi per maschi e femmine (ma per ragioni di costi solo un sesto è incorporato). Modello non facilmente replicabile dalle nostre parti, perché la Scandinavia è caratterizzata da spazi molto vasti e popolazione ridotta, ma fortemente radicata al territorio.
L’Italia non ha forze di riserva (anche se può richiamare «forze di completamento» con personale in congedo che aderisce però volontariamente). La legge 119/2022 ha aumentato a 160.000 l’organico delle Forze Armate rispetto ai 150.000 previsti dalla Legge Di Paola: in realtà gli organici sono già poco di più, ma per lo Stato maggiore ne servirebbero altri trentamila.
Una «Riserva ausiliaria» però è già in fase di istituzione, da tre anni: 10mila unità, a vocazione soprattutto tecnico-logistica-informatica legata alle emergenze. Ma servirebbe anche una Riserva operativa, di altri diecimila uomini, da mobilitare in caso bellico.
In realtà in tema di riserva di mobilitazione una valida proposta era stata presentata dall’on. Paolo Ferrari, capogruppo della Lega in Commissione Difesa alla Camera già nel 2021: un obbligo di tre anni per i militari che lascino le Forze armate, dopo i quali l’adesione diverrebbe volontaria. Dovrebbero addestrarsi almeno 15 giorni l’anno e potrebbero essere richiamati (conservando il posto di lavoro) per periodi trimestrali rinnovabili fino a fine emergenza.
Nulla di veramente nuovo, insomma, nelle proposte di Crosetto. Semmai la conferma che da noi qualunque pianificazione in qualunque settore richiede tempi lunghissimi e spesso si riparte daccapo, polemiche partitiche comprese, come se l’argomento fosse inedito.
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