In Libia la nuova guerra è un affare turco-russo

Il Paese non trova una pace duratura, l’Italia per ora è fuori gioco
Il presidente russo Putin insieme al comandante libanese Haftar - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente russo Putin insieme al comandante libanese Haftar - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Torna ad infiammarsi la Libia, in cui sempre più dominanti sono Turchia (che appoggia o, meglio, controlla Tripoli) e Russia (che appoggia il maresciallo Haftar a Bengasi, dove però ora anche Ankara sta entrando nella partita).

La battaglia è riesplosa a Tripoli, dove il Premier Dbeibah, in cerca di credibilità internazionale, e le forze a lui fedeli sembrano voler chiudere i conti con le milizie della capitale, fieramente autonome e con molteplici interessi economico-mafiosi.

Il casus belli è stata l’uccisione di Abdel Ghani al-Kikli, rais del quartiere di Abu Salim e leader della milizia Stability Support Apparatus (SSA): al-Kikli era stato convocato con sei suoi uomini per «un confronto» al Comando della Brigata 444, fedele a Dbeibah, ed è caduto in un’imboscata.

All’omicidio sono seguiti duri scontri che, secondo le autorità tripoline, sono serviti ai governativi per occupare il quartiere di Abu Salim. Nei giorni seguenti le forze fedeli al Premier hanno dato l’assalto anche alle roccaforti di un’altra milizia autonoma, la RADA, salafita, che controlla l’aeroporto di Mittiga.

Per inciso, proprio alla RADA appartiene Njeem Osama Elmasry, arrestato mesi fa a Torino per crimini contro l’umanità e rispedito in Libia «per ragioni di sicurezza nazionale».

La situazione è in divenire: molto dipenderà dalle scelte di campo delle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli e della potente milizia della città di Zawiya, che pare muoversi alla volta della capitale. Non rassicurano, poi, le voci di una mobilitazione delle forze del gen. Haftar, leader della Cirenaica e dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), che potrebbe approfittare del caos per guadagnare quel terreno che non riuscì a conquistare cinque anni fa, a causa del supporto di Ankara alla capitale.

Il «feldmaresciallo» si pone intanto sempre più come capo di stato: a Mosca è stato ricevuto con gli onori per la parata del 9 maggio, consolidando i legami instaurati nel 2017 firmando l’accordo di cooperazione a bordo della portaerei russa Kuznetsov al largo di Bengasi.

Cooperazione confermata a ripetizione da visite a Bengasi di generali e del vice ministro della Difesa russo Yevkurov. Secondo Russia Today, Haftar avrebbe avuto incontri al vertice, tra cui forse anche uno con Putin, per concordare programmi di addestramento, presenza russa in Africa e piani per la ricostruzione nelle aree controllate dall’LNA.

Nei giorni precedenti, peraltro, la visita era stata anticipata da quella del figlio Khaled Haftar, capo di stato maggiore delle forze di sicurezza, che ha siglato con Yevkurov il rinnovo dell’accordo che prevede supporto logistico, addestramento e armamenti russi per Bengasi. Un rafforzamento, quello di Mosca in Cirenaica, reso urgente dal parziale ritiro delle forze russe dalla Siria.

Haftar però si muove con sempre maggiore disinvoltura, ricucendo ora anche i rapporti con la Turchia: ha mandato infatti ad aprile ad Ankara il primogenito, gen. Saddam Haftar, infilandosi nella ripresa delle relazioni tra Ankara e Il Cairo, sponsor dell’LNA. Saddam ha avviato trattative per acquisire equipaggiamento e addestratori militari turchi, specie nel settore dei droni.

L’intesa includerebbe anche lo sviluppo di infrastrutture militari nel Fezzan (Sud della Libia) per le forze terrestri dell’LNA. Inoltre sono state concordate esercitazioni tra forze navali turche e cirenaiche lungo le coste orientali libiche ed entro l’anno uomini dell’LNA saranno addestrati dai militari turchi. Il programma, che sarà siglato prossimamente a Bengasi, proseguirà per anni.

Il supporto offerto a Haftar da Ankara (sinora sponsor di Tripoli) prefigura un profondo cambiamento strategico in Libia, che mira ad accelerare il processo di unificazione delle forze armate libiche, uno dei veri ostacoli alla stabilizzazione del Paese.

In tali scenari l’Italia non brilla: supporta Dbeibah e mantiene forti legami (tripolini e non) grazie al lavoro di ENI e AISE; ma se non vuole perdere questa vitale pedina nell’(ex) mare nostrum dovrà muoversi con più rapidità e, soprattutto, incisività. Da quelle parti, infatti, sul piatto della bilancia pesa assai l’offerta di sicurezza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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