La grazia di un amore che non chiede niente all’altra persona

«Volo ut sis». Voglio che tu sia quello che sei. Trovo, da sempre, questa frase attribuita a S. Agostino, di una potenza disarmante, forse per la sua difficilissima praticabilità
Una coppia
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«Volo ut sis». Voglio che tu sia quello che sei. Trovo, da sempre, questa frase attribuita a S. Agostino, di una potenza disarmante, forse per la sua difficilissima praticabilità. Una sorta di autorizzazione radicale all’altro a manifestarsi nella sua autenticità, qualunque essa sia. Applicarla convintamente lascerebbe fuori dalla porta i peggiori nemici della coppia: le aspettative, il controllo, la svalutazione, la co-dipendenza, i pregiudizi, il conformismo e soprattutto l’egoismo.

Tutti elementi che hanno ben poco a che fare con l’Amore, che è, e deve restare, una scelta di profondo rispetto dell’altro, liberandolo dal dover essere una proiezione di nostri desideri, un’estensione di noi stessi, un vitalizio contro le nostre paure o i nostri vuoti. Chiedere che chi amiamo si adattati al nostro copione emotivo annulla, poi, il mistero, l’imprevedibilità, la diversità che sono il sale dell’attrazione. Solo accettando l’altro nella sua interezza, reincontrandolo infinite volte nei suoi cambiamenti senza chiedergli di soddisfare le nostre aspettative, conduce al vero Amore.

«Ti amo così come sei» dovrebbe essere il mantra quotidiano di ciascun essere umano, dentro qualsiasi cultura. Tre semplici parole musicali dal valore universale la cui paternità, fra l’altro, ci racconta di un amore segreto, quello fra Martin Heidegger ed Hannah Arendt. È il filosofo tedesco che le scrive, infatti, per la prima volta, in una lettera del dicembre del 1927, alla Arendt, allora sua dottoranda: «Mia cara Hannah! Volo ut sis! Questa è l’unica risposta che trovo per la tua lettera, così cara». Il passo da cui Heidegger prende le mosse, è di S. Agostino, il Commento alla prima lettera di Giovanni (8, 10) ne Le Confessioni, ma il vescovo di Ippona ivi afferma: «Non enim amas in illo quod est; sed quod vis ut sis» – «Non ami in lui ciò che è, ma ciò che desideri che sia».

Una citazione che la Arendt, appassionata di S. Agostino, aveva riportato nella sua tesi di dottorato e che Heidegger, innamorato, rivisitò per dirle la qualità del suo amore donandoci così un brocardo immortale. La Arendt, pur conscia della non originalità della citazione, la presentò e citò nelle sue opere, per tutta la vita, come «agostiniana» a tutti gli effetti. Ne «La vita della mente» infatti scrive: «La mera esistenza, vale a dire tutto ciò che ci è misteriosamente dato con la nascita e che include la forma del nostro corpo e le doti della nostra mente, può essere adeguatamente affrontata soltanto con gli imprevedibili rischi dell’amicizia e della simpatia, o con la grande incalcolabile grazia dell’amore, che dice con Agostino: «Volo ut sis», senza poter indicare una ragione particolare per questa affermazione suprema, insuperabile».

Per gli interpreti «l’ imprecisione divenne per lei il segno delle circostanze contingenti nelle quali esso, l’Amore, l’aveva raggiunta, e dalle quali forse unicamente attingeva il suo carattere di verità. Il “concetto d’amore” di Agostino si era palesato a lei in un’esperienza d’amore vissuto e quel “volo ut sis” donatole da Heidegger custodisce e mantiene il loro segreto legame». «Pondus meum amor meus; eo feror quocumque feror: il mio peso è il mio amore; da lui sono portato ovunque io mi porti». S. Agostino.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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