Opinioni

Giorno della Memoria: riflettere sulla Shoah e sull’umanità

Con l’approssimarsi del 27 gennaio – data che rimanda alla liberazione del campo di Auschwitz – è doveroso interrogarsi su quale significato assegnare a questa ricorrenza
I binari all'interno di Birkenau - © www.giornaledibrescia.it
I binari all'interno di Birkenau - © www.giornaledibrescia.it
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«Se il cielo fosse bianco di carta e tutti i mari neri d’inchiostro, non saprei dire a voi miei cari quanta tristezza ho in fondo al cuore, quale è il pianto e quale è il dolore intorno a me». Così Ivan Della Mea in «Se qualcuno ti fa morto» del 1965 riprende il testo della «Lettera di Chaim» scritta in yiddish, una delle più toccanti della Resistenza europea, lettera gettata fuori dal recinto del campo di sterminio di Pustkow da un ragazzo di soli 14 anni, poi ucciso nel 1944.

Questo per dire quanto sia arduo comunicare - alcuni sostengono persino la tesi della indicibilità - che cosa sia stata la Shoah, lo sterminio perpetrato dai nazisti nei confronti degli ebrei: una distruzione perseguita in chiave genocidaria, attraverso uccisioni di massa che richiamano la categoria della catastrofe più che non quella del martirio riconducibile all’arcaico rituale dell’olocausto. Ebbene nell’approssimarsi del 27 gennaio, il Giorno della Memoria, pare doveroso interrogarsi su quale significato assegnare a questa ricorrenza, da tempo iscritta nel calendario civile, tanto italiano quanto europeo e internazionale.

La data rimanda, come è noto, alla liberazione del campo di Auschwitz e Auschwitz rappresenta il simbolo stesso della Shoah, la metafora del male assoluto, radicale. Ebbene il Giorno della Memoria non può essere affidato alla pura testimonianza individuale, ma va vissuto in una dimensione collettiva, che radica la propria consapevolezza nella realtà storica dei fatti, di quanto avvenuto.

Dunque un’occasione di riflessione e di studio che si dispone all’ascolto della voce degli ultimi testimoni, sforzandosi di evitare tanto il rischio della sacralizzazione quanto quello della banalizzazione della Shoah. Non si tratta semplicemente di rendere il tributo del ricordo alle vittime - quasi una forma di risarcimento - ma di riconoscere che quel passato ci riguarda direttamente ed è imprescindibile dalla nostra identità e dalle nostre vite.

Anche perché non è passato per sempre, ma in molteplici forme minaccia di ritornare e talora ritorna con infiniti orrori, come in effetti avviene anche nei nostri giorni. Quindi un Giorno della Memoria che non può essere sentito come una intrusione dall’esterno - per raccogliere la provocazione di Elena Loewenthal che in proposito ha scritto pagine assai lucide e penetranti - e che va celebrato non solo come evocazione dello sterminio ebraico, ma pure per fare memoria della deportazione civile, politica, militare, di rom, omosessuali e slavi.

L’impegno è dunque a ricomporre un quadro unitario delle memorie, a superare ogni possibile disputa fra le identità, a riconoscere valori universali e una cultura dei diritti umani che condanna senza distinzione alcuna, senza se e senza ma, ogni violenza, ogni crimine, ogni forma di barbarie e di ignominia da chiunque provenga, ponendo al centro del proprio sguardo le vittime, tutte le vittime. E questo vale per il passato come per l’oggi. Vale per gli ebrei sterminati come per «coloro che in campi e schieramenti avversi» -così recita l’articolo 1 della legge istitutiva del Giorno della Memoria- «si sono opposti al progetto di sterminio ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati», per tutti quanti insomma «hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte». Un passato dunque da restituire in tutta la sua interezza. Quanto ai nostri giorni non basta la ripetizione verbale del «mai più» del «non dimenticare», spesso ridotti a giaculatoria, una sorta di piagnisteo che diventa tiritera senza rilevanza alcuna, ma occorre denunciare senza reticenze e ad alta voce i processi in corso di esecuzioni di massa, in taluni casi di persecuzione etnica, tanto in Europa che nel Vicino Oriente. La memoria infatti non può sostituire la storia, a maggior ragione quella contemporanea. Come avviene nel caso di quanti giungono a definire ingenuo chi parla di crimini di guerra e si appella al diritto internazionale umanitario, adducendo che per loro natura le guerre moderne non sarebbero soggette a quel vincolo, appunto fondato sulla lezione derivante dalle immani tragedie consumatesi nel secolo scorso. Come a dire che umanità e ragione si devono consegnare alla umiliazione del diritto, all’impotenza della politica, e che ormai non ha alcun senso distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto.

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