Opinioni

Ficcare il naso, con scrupolo

La storia di un portafoglio trovato e dei problemi del fare la cosa giusta

Annalisa Strada

Commentatrice

Contanti in un portafoglio -  © www.giornaledibrescia.it
Contanti in un portafoglio - © www.giornaledibrescia.it

Le zebre a pois sono quelle rare persone che fanno la cosa giusta anche quando è la meno prevedibile, pure quando è controintuitiva, persino se sembra antieconomica. La fanno perché, semplicemente, è ciò che va fatto.

Del fatto che racconto sono stata testimone oculare. La città è Cagliari e, in particolare, una piazza che definire tale è riduttivo: una maestosa distesa di alberi che fanno ombra a un assortimento di panchine. Mi siedo a leggere e sbircio l’uomo che è seduto di fronte a me, intento a guardare il cellulare.

Sono persa tra le pagine quando una donna mi chiede se sia mio il portafoglio rimasto sul sedile ormai vuoto davanti a me. Ovviamente non lo è e mi guardo intorno cominciando a cercare di ricordare qualcosa del tizio che avevo guardato appena. Sicuramente non un ragazzino, certamente senza capelli… non mi viene in mente altro. A occhio, non è lì intorno. La donna si chiama Alessandra ed è puntigliosa, mi vuole come testimone del fatto che lei pare il portafoglio, ma solo per controllare se dentro può trovare un numero di telefono. Definiamo di farlo insieme.

Le remore di Alessandra mi colpiscono e penso che sarebbero anche le mie. Stiamo nutrendo il nostro scrupolo e ci facciamo anche carico di quello che manca ai molti che i portafogli in giro li considerano una fortuna su cui non farsi problemi. Soldi, carte varie, documenti, ma niente numero. Che si fa? La pattuglia dei carabinieri è passata da poco. Portare il malloppo in caserma sarebbe la cosa più giusta, ma il tizio non può essere lontano.

Decidiamo di chiedere all’edicola lì vicina di fare da depositaria del portafogli per la prossima ora e di appendere alla panchina un cartello che avvisi l’uomo distratto di dove può trovare ciò che ha perduto. Alessandra va in missione all’edicola mentre io presidio la panchina ed eccolo che arriva, con l’espressione preoccupata. Lo riconosco al volo, lo rassicuro e gli indico Alessandra che adesso è una figura lontana, con la maglia bianca e lo zaino nero in spalla, che sta parlando con il giornalaio.

Tornano tutti e due. Sono soddisfatti. Scopriamo che lui è Adriano. Un caffè tutti insieme? No, più facili quattro chiacchiere sotto gli alberi. Ci facciamo compagnia per un po’, come se avessimo bisogno di lasciar calare l’adrenalina. Loro due se ne vanno dopo essersi salutati e ripetutamente ringraziati. Io resto a domandarmi perché, alla fine, sembravamo tutti molto sollevati.

Certo, Adriano si è risparmiato un sacco di grattacapi. Ma perché Alessandra ed io ci siamo sentite scomode? Se io avessi visto lei (o lei avesse visto me) prendere il portafoglio e andarsene, controllandone da sola il contenuto, che cosa avrei pensato? Che stesse andando a metterlo in mani sicure o che se lo sarebbe tenuto? Perché, per un’azione corretta, Alessandra (ma al posto suo molti altri, me lo dice l’esperienza) si è sentita nella necessità di avere un garante? Perché essere per bene suscita il bisogno di poter dimostrare la buona fede e a chi ce ne chiedesse il conto?

Perché, tutto sommato, la cosa giusta ci fa sentire esposti al rischio di critiche, malinterpretazioni e sfiduciati fraintendimenti? Davvero crediamo tutti, intimamente, che l’essere umano sia spontaneamente cattivo? Probabilmente sì.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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