Veloce e insostenibile: quando il fashion dice il peggio di noi

Ho un’amica che si è comprata per sbaglio cinque copie dello stesso vestito nero. Nella stessa identica taglia. Ha cliccato per errore e visto l’importo finale, irrisorio, non si è accorta della svista al momento del check out. Uno se l’è tenuto, un paio li ha regalati e altri tre sono rimasti per un po’ sul fondo di un armadio, prima che fosse concessa loro un’indegna fine in discarica. Senza peraltro che fossero mai stati indossati.
Sostenibilità
È il teorema pitagorico del fast fashion: meno costa un capo e più alta sarà la probabilità che non scenda mai dalla gruccia, per sempre relegato in uno sgabuzzino, o spedito per direttissima nel bidone giallo dell’Humana. Se proprio va bene c’è sempre l’alternativa Vinted, ma anche il quel caso si apre un capitolo gigantesco relativo alla sostenibilità. Basti pensare che sulla piattaforma di vendita dell’usato i capi Shein, ma pure Zara o H&M, si vendono ad un prezzo che oscilla fra uno e cinque euro, a fronte di un processo di spedizione (magari addirittura in un’altra nazione), che coinvolge imballaggi plastici, trasferimento in un punto di ritiro, la percorrenza su gomma dei corrieri e via dicendo…
L’attrazione
Ma per tornare alla smania d’acquisto, è innegabile il fascino esercitato da capi a costo contenuto e sempre al passo con le ultime tendenze. Nuove collezioni vengono sganciate sulle app a un ritmo da non credere, tanto che spulciare le proposte dal telefonino diventa quasi un passatempo. Vedere nelle sale d’aspetto dei medici o sui vagoni del treno per credere. Ogni drop coincide con un refolo modaiolo, si traduce in una collaborazione con lo stilista di tendenza o declina un’intera linea sulla serie tv o sul cartone animato del momento. Davvero difficile, a volte, tenere la barra a dritta e ricordare tutti i motivi per cui dovremmo astenerci da un acquisto che fa malissimo all’ambiente e spesso sostiene lo sfruttamento di lavoratori fragili.
Facile gratificazione
Eppure «fast» non è solo la misura del tempo con cui queste aziende lavorano, ma anche la qualità della gratificazione che sanno offrire all’utenza. Lo shopping come compulsione emotiva viene spinto all’ennesima potenza. Sei annoiato? Click. Hai avuto una brutta giornata al lavoro? Click? Hai avuto una bella giornata al lavoro? Click. Ti senti beige? Click. Hai voglia di colore? Click. Tanto che alla fine questo trend dice più cose di noi che del mondo della moda in sé. E in generale ci racconta che abbiamo sempre più bisogno di cercare gratificazioni facili a fronte di una quotidianità oltremodo stressante; e sentiamo la necessità di adeguarci all’immaginario sempre in evoluzione che i social ci impongono. E se bastano pochi euro per cambiare pelle ogni giorno, chi siamo noi per dichiararci obiettori?
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