Siamo diventate super-donne pensando di meritarci la parità solo così

L’emancipazione ci ha portato a essere estremamente efficienti e performanti, pensando che solo così abbiamo diritto a essere trattate come gli uomini
L'opinione delle sessantenni
L'opinione delle sessantenni
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Quando è scoppiato il Sessantotto andavo all’asilo. Le lotte femministe le ho sentite raccontare come una leggenda da mamme e zie, e i diritti acquisiti in quegli anni, per noi donne della generazione «boomer», mi sono sempre parsi scontati.

La mia adolescenza è coincisa con l’edonismo reaganiano, la mia maturità con l’ottimismo della caduta del muro di Berlino. A differenza dei miei genitori, ho potuto scegliere cosa studiare. Quando ho iniziato a lavorare ho avuto la sensazione che il mondo mi appartenesse: libertà di movimento e autonomia economica. Non era ancora arrivata l’onda del liberismo che ha travolto contratti e orari: appartengo alla generazione fortunata di chi ha potuto costruirsi una pensione (quando arriverà) e godersi, almeno per un po’, uno stipendio che mi faceva sentire «ricca».

Ma a che prezzo? La parità sul lavoro e nella coppia conquistata dalle mamme e dalle zie, ho sentito l’obbligo di ribadirla non scendendo in piazza a manifestare (non ce n’era più bisogno...) ma vestendo i panni, come tante della mia generazione, della «super-donna». Efficiente sul lavoro, multitasking in casa, alla fine sempre di corsa tra ufficio, lavatrice, colloqui a scuola. Per dimostrare, in fondo in fondo, che quei diritti non mi erano dovuti, ma me li meritavo.

Cosa è mancato? Non il sostegno del partner e dei colleghi maschi, a cui non ho nulla da rimproverare. Piuttosto, un cambiamento profondo nella società, al di là dei proclami e delle (inutili) giornate della donna. Con i diritti acquisiti non è coincisa una struttura del lavoro, dei tempi, della partecipazione che potesse mettere in pratica quanto scritto nelle leggi. Alla fine, purtroppo, alle donne tocca ancora fare un passo indietro e troppi salti mortali per mettere assieme tutto.

A sessant’anni mi sento stanca. Di correre tra necessità dei figli (l’emancipazione è lontana, non per colpa loro) e dei genitori (in buona salute, per fortuna). Ma soprattutto di vedere che quell’ultimo miglio ancora da percorrere per una effettiva parità, resta tutto integro davanti. La sensazione è che invece di procedere si stia tornando indietro. E che i diritti di cui ho goduto si stiano progressivamente riducendo. Ragazze, tocca a voi...

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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