Quando è scoppiato il Sessantotto andavo all’asilo. Le lotte femministe le ho sentite raccontare come una leggenda da mamme e zie, e i diritti acquisiti in quegli anni, per noi donne della generazione «boomer», mi sono sempre parsi scontati.
La mia adolescenza è coincisa con l’edonismo reaganiano, la mia maturità con l’ottimismo della caduta del muro di Berlino. A differenza dei miei genitori, ho potuto scegliere cosa studiare. Quando ho iniziato a lavorare ho avuto la sensazione che il mondo mi appartenesse: libertà di movimento e autonomia economica. Non era ancora arrivata l’onda del liberismo che ha travolto contratti e orari: appartengo alla generazione fortunata di chi ha potuto costruirsi una pensione (quando arriverà) e godersi, almeno per un po’, uno stipendio che mi faceva sentire «ricca».




