Decreto sicurezza e giustizia: tensioni tra governo e opposizione

C’è tanta giustizia in queste giornate di vita politica e parlamentare: i temi sono cruciali, ma come sempre controversi
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio in aula al Senato - Foto Ansa/Angelo Carconi © www.giornaledibrescia.it
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio in aula al Senato - Foto Ansa/Angelo Carconi © www.giornaledibrescia.it
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C’è tanta giustizia in queste giornate di vita politica e parlamentare. Giustizia e riforme. Temi cruciali ma come sempre controversi, fonte di una durissima contrapposizione tra istituzioni e partiti la cui conclusione è spesso simile ad un armistizio che lascia le cose non fatte o fatte a metà o rabberciate. Un tema di quelli che hanno attraversato i decenni è la separazione delle carriere dei magistrati, un vecchio cavallo di battaglia di Berlusconi mai realizzato perché l’Anm, la sinistra e un complesso di forze contrarie sono sempre riusciti a fare muro. Ora però la maggioranza ha ottenuto il primo sì da parte di un ramo del Parlamento, la Camera, ed è già tanto.

Però attenzione: essendo una riforma costituzionale servono altri tre passaggi parlamentari e poi fatalmente ci sarà un referendum, in autunno nelle previsioni del ministro Nordio. Non sappiamo se questa volta il centrodestra riuscirà nel suo intento perché lo scontro continuerà ad essere senza esclusione di colpi. E non basterà l’assicurazione del Guardasigilli secondo cui mai i pm andranno sotto il controllo del Governo e la magistratura resterà indipendente dall’esecutivo (ma anche dalle sue stesse correnti).

Altro argomento che fomenta lo scontro, il cosiddetto decreto sicurezza che il governo vuole approvare definitivamente per far fronte ai tanti casi in cui poliziotti e carabinieri finiscono indagati o sotto processo per qualcosa che hanno fatto nell’esercizio delle loro funzioni. Ancora Nordio assicura che non si vuol dare alle forze dell’ordine alcun «scudo penale» ma trovare un meccanismo che dia all’agente le giuste garanzie in una eventuale azione giudiziaria senza per questo che sia necessario iscriverlo nel registro degli indagati. Parole che non convincono l’opposizione, tant’è che un esponente importante del Pd come Andrea Orlando parla apertamente di «misure da Stato di polizia» con provvedimenti che sarebbero «al di fuori del perimetro costituzionale».

Sono accuse che nelle piazze vengono ulteriormente amplificate dai numerosi cortei che si organizzano prendendo a motivo il caso del ragazzo morto durante un inseguimento dei Carabinieri dopo che si era sottratto ad un posto di blocco. Manifestazioni che regolarmente finiscono per causare incidenti con le forze dell’ordine (e sarà un caso ma i feriti più numerosi sono sempre gli agenti, chissà perché). Ancora più che le carriere dei magistrati, che in fondo riceve l’attenzione di una parte dell’opinione pubblica, questo della sicurezza nelle città e del ruolo delle forze dell’ordine, è qualcosa che arriva molto velocemente nelle case e nei luoghi di lavoro e ha una diretta conseguenza sugli equilibri elettorali. Chi tra le forze politiche, chi tra la destra e la sinistra, interpreta meglio il sentiment della maggioranza degli Italiani? È una domanda che probabilmente tormenta più la sinistra che la destra.

Ma a dimostrare che, alla fine, le riforme si arenano quando la politica non riesce a trovare un accordo per andare avanti, c’è il caso dei giudici costituzionali mancanti che i partiti non riescono ad eleggere. Tanto per dire: ora sono solo 11, appena il numero legale per riunirsi. E il 20 dovranno decidere sull’ammissibilità del referendum sull’autonomia differenziata delle Regioni, tanto cara alla Lega. Il 20 è l’ultimo giorno ma il Parlamento tornerà a riunirsi per eleggere i quattro mancanti solo il 23. Basterebbe un raffreddore per far saltare un appuntamento che si vorrebbe «storico».

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