Dal Cremlino un sostegno politico manifesto oltre la disinformazione

Negli ultimi anni, l’influenza della Russia nei processi elettorali occidentali è divenuta un tema centrale nel dibattito politico. Il Cremlino ha certamente cercato di alterare direttamente i risultati. Ma Mosca ha anche perseguito una strategia più sottile e sistemica: sfruttare le vulnerabilità delle democrazie liberal-democratiche per amplificarne le divisioni interne e minarne la credibilità.
Il caso del referendum sulla Brexit del 2016 rappresenta uno dei primi esempi emblematici. Indagini britanniche e analisi indipendenti hanno evidenziato un’intensa attività di disinformazione online riconducibile a reti legate al Cremlino, mirata a polarizzare il dibattito e a rafforzare le posizioni euroscettiche. L’obiettivo non era necessariamente “far vincere” il Leave in senso deterministico, ma rendere il confronto più conflittuale e meno razionale.
Nello stesso anno, durante la prima elezione di Donald Trump, la Russia adottò un approccio più articolato. Attraverso operazioni di hacking e diffusione mirata di materiali compromettenti, insieme a massicce campagne sui social media orchestrate da “fabbriche di troll”, Mosca cercò di influenzare l’opinione pubblica americana. Anche in questo caso, pur mostrando una preferenza per un candidato percepito come meno ostile (Trump, ovviamente), il fine ultimo era alimentare sfiducia nelle istituzioni.
Strategie simili sono emerse in Europa orientale. In Romania e Bulgaria, l’interferenza si è concentrata sulla promozione di narrative anti-europee e anti-NATO, spesso veicolate attraverso media locali o piattaforme digitali.
In Moldova, paese particolarmente esposto per la sua posizione geopolitica, il Cremlino ha sostenuto forze politiche filorusse tramite campagne mediatiche e pressione economica indiretta. In Ungheria, invece, il sostegno si è manifestato più attraverso relazioni politiche e mediatiche consolidate, con l’obiettivo di rafforzare leadership già inclini a un approccio più accomodante verso Mosca. Un recente episodio di tentato sabotaggio ad un gasdotto russo, ancora di matrice incerta, ha aumentato le tensione — e permesso a Viktor Orban denunciare un tentativo di sabotaggio anti-ungherese (e anti-russo).
In tutti questi casi, la Russia ha mostrato una costante: favorire candidati o risultati più compatibili con i propri interessi strategici. Tuttavia, ridurre queste operazioni a un semplice tentativo di “scegliere il vincitore” sarebbe fuorviante e una semplificazione di una strategie che mira a ben altro obiettivo. Infatti, il vero obiettivo è più profondo: erodere la fiducia nei processi democratici, diffondere teorie del complotto, amplificare le fratture sociali e generare un clima di sospetto. La Russia non mira quindi a propagandare una sua visione del mondo alternativa a quella occidentale e con validità globale come ai tempi dell’URSS. Non c’è nessuna AgitProp organizzata — c’è il tentativo di propagare caos e rivalità, sostenendo qualsiasi figura, risultato o teoria utile a tale proposito.
In un certo senso, l’azione del Cremlino appare in parte come una forma di “ritorsione storica”. Gli Stati Uniti intervennero in modo significativo nelle elezioni presidenziali russe del 1996, sostenendo Boris Yeltsin. Attraverso aiuti finanziari internazionali e il sostegno a politiche economiche che portarono a massicce privatizzazioni — in realtà una svendita dell’economia nazionale agli oligarchi — Eltsin riuscì a garantirsi la rielezione.
Oggi, sotto la leadership di Vladimir Putin, la Russia ha fatto del tentativo di influenzare i processi elettorali occidentali un’arma strategica: non tanto esportare un modello politico alternativo, quanto destabilizzare quello altrui. In un’epoca in cui l’informazione è arma strategica, l’obiettivo non è solo vincere una battaglia elettorale, ma soprattutto rendere ogni elezione potenzialmente sospetta.
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