La conferenza sull’Ucraina rafforza i leader europei

L’incontro si è tenuto a Roma e sono stati coinvolti quasi diecimila partecipanti
Giorgia Meloni e Sergio Mattarella alla conferenza - Foto Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica
Giorgia Meloni e Sergio Mattarella alla conferenza - Foto Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica
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Quasi diecimila partecipanti, cento delegazioni, impegni per dieci miliardi di euro. Sono le cifre della conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina. Dati questi numeri, non pochi, compreso Zelensky, hanno definito il tutto un nuovo piano Marshall. Un richiamo usato per le circostanze più diverse.

Tuttavia, quel nome non ha mai portato tanta fortuna ai piani cui è stato assimilato, sempre finiti in un ben poco di fatto. Con l’eccezione di Next Generation Eu, ancora in corso d’opera, ma con buone prospettive. Infatti, è sempre e solo stato chiamato con il suo nome. Riferiamoci, dunque – a quanto avviato con la conferenza di Roma – come Piano per la Ricostruzione dell’Ucraina i soliti detrattori vi vedono una fuga in avanti. Come parlare di ricostruzione quando la distruzione è ancora in atto, anzi si sta via via intensificando? Non è affatto avventato, in tempi di guerra, pensare al suo dopo. La conferenza di Bretton Woods ebbe luogo mentre in Europa ancora si combatteva.

È anche questa conferenza, e qui sta il suo significato più profondo, diciamo la sua valenza politica, un messaggio per i signori della guerra russi. È una manifestazione di impegno irrevocabile e sicurezza. «Non lasceremo l’Ucraina nelle vostre mani, sarà indipendente e sovrana. Ci penseremo noi a ricostruirla». Il fronte europeo, ne esce rafforzato. La nomenclatura di Mosca è sempre più conscia (forse anche temerosa?) di fronteggiare una salda unità, nonostante alcune minori defezioni.

A rafforzare gli impegni della conferenza di Roma, ci hanno pensato i leader del Regno Unito. Riuniti, nello stesso giorno, a Northwood, centro di comando militare, hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta dove, pur ribadendo l’indipendenza delle rispettive dotazioni nucleari, hanno creato un gruppo direttivo di tali forze, «con ruolo di coordinamento in ambito strategico e operativo», un modo per pianificare operazioni congiunte. Anche questo un messaggio non per la felicità di Putin.

Dalla conferenza di Roma, e ciò ne costituisce un pregio, è scaturito un piano articolato, una cooperazione pubblico-privato. Si mobilita Bruxelles, ma anche le imprese. La Commissione ha annunciato un European flagship fund, per la ricostruzione dell’Ucraina. Viene poi sostenuta la partecipazione, in essa, dell’imprenditorialità privata. Altre sue dimensioni sono quelle umana, per il ritorno degli sfollati, così come quella delle riforme, necessarie a far avanzare l’Ucraina nel percorso verso l’Ue. Roma è stato il primo appuntamento. Il prossimo sarà tra un anno, molto probabilmente in Polonia, parola del suo premier Donald Tusk.

Ora, in qual modo le diatribe interne ed esterne dalle quali è percorsa l’Ue potranno influire sullo svolgersi del piano di ricostruzione? È necessario avere una Commissione forte, ma anche rapporti distesi con gli Usa, leggi dazi. Giusto il giorno prima della conferenza, la presidente Von der Leyen si è vista riconfermare la fiducia dell’Europarlamento, anche se 160 assenze, un buon quarto dei suoi componenti, non sono cosa da poco. Tuttavia, la maggioranza ha tenuto. Non sarà granitica, ma quale coalizione lo è? Ursula può sentirsi spalleggiata, almeno in questo, dal Parlamento.

Gli Stati Uniti hanno fatto capolino a Roma, con la presenza dall’ex generale Keith Kellogg, non certo personaggio di primo piano, ma con il quale è stata concordata la creazione di una Forza multinazionale per l’Ucraina. Un segnale di attenzione all’Europa. Il tavolo dazi è altra cosa, ma se su uno si coopera, sull’altro è più difficile sbattere i pugni. Insomma, il coinvolgimento dell’amministrazione Trump nel piano, potrebbe smorzarne le asprezze sui dazi In definitiva, i leader europei, tra Roma e Northwood, guardano avanti in modo coordinato e aperto, con iniziative per uscire dalla guerra, quella tout court, così come quella commerciale.

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