Il «caso Santanchè» è sempre stato una spina nel fianco del governo Meloni, già dal tempo in cui è stata decisa la nomina dell’imprenditrice a ministro del Turismo. Tuttavia, l’opportunità politica e il peso specifico della Santanchè in Fratelli d’Italia hanno suggerito una cauta attesa silente, perfettamente compatibile con la linea che la Meloni si è data: nessun rimpasto se non è assolutamente necessario. Attualmente, la poltrona della Santanchè traballa, perciò non si può rinviare una riflessione che solo la premier deve fare.
Il rimpastino non sarebbe un problema, anche se i precedenti suggeriscono di rinviare: ce ne sono già stati due (Fitto e Sangiuliano hanno lasciato il posto a Foti e Giuli) che sono stati gestiti come singoli avvicendamenti «di necessità». Inserirli in quadro più ampio avrebbe provocato un sommovimento generale, con richieste da parte degli alleati (Salvini, per esempio, non pensa ad altro che tornare a fare il ministro dell’Interno, illudendosi di recuperare i voti del 2019) e magari pure un passaggio al Quirinale per una crisi pilotata. Ecco il punto: la Meloni vuole a tutti i costi che il suo sia un governo di legislatura; quindi, minimizza gli scossoni e i cambiamenti perché non vuole crisi. Quindi, un «mono-rimpasto» non è un problema, se si segue il percorso utilizzato per i due precedenti.




