Carcere, bilancio di un fallimento

Claudio Castelli
Sovraffollamento del 131%, sei tentati suicidi al giorno: i dati impietosi escludono l’efficacia rieducativa. L’attenzione per la situazione carceraria è episodica e viene rapidamente dimenticata
La detenzione in carcere non agevola la rieducazione - © www.giornaledibrescia.it
La detenzione in carcere non agevola la rieducazione - © www.giornaledibrescia.it
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Un sovraffollamento del 131%, un suicidio ogni 4 giorni nei primi otto mesi dell’anno, sei tentati suicidi al giorno. L’attenzione per la situazione carceraria è episodica e viene rapidamente dimenticata. La realtà è che il carcere per noi normali cittadini è disturbante e preferiamo rimuoverlo, piuttosto che affrontarlo. Un grave errore perché la situazione delle nostre carceri è un problema di tutti, che riguarda la nostra coesione sociale e la nostra sicurezza.

Carceri invivibili e disumane in cui i detenuti non ricevono alcun trattamento e alcuna formazione sono criminogene e portano alla recidiva e quindi ad altra insicurezza. «Le carceri sono una discarica sociale misurata da suicidi, sovraffollamento e dalla recidiva. Misuriamo se facciamo bene questo mestiere e la recidiva è stabilmente sopra al 70%. Perché chi esce dal carcere torna a fare quello che faceva prima di entrarci». Sono dichiarazioni di una persona non sospettabile come il Presidente del Cnel Renato Brunetta. Mentre, va aggiunto, chi è sottoposto a misure alternative ha un tasso di recidiva che non arriva al 20%.

Un quadro desolante, quello carcerario, che evidenzia un vero e proprio fallimento come momento di rieducazione. Crisi accentuata in Italia dall’assenza oggi di una prospettiva di intervento credibile. L’ultimo decreto carceri, a detta di tutti, a partire dagli stessi autori, è inefficace, mentre contemporaneamente il Parlamento continua a introdurre nuovi reati con pene severissime. La situazione non può che peggiorare perché ogni nuovo reato che preveda pene congrue porta inevitabilmente a nuovo carcere, come insegna il decreto Caivano che ha portato ad un aumento del 50% dei carcerati minorenni. E continua a non essere affrontata l’altra grave emergenza data da autori di reato con problemi psichici che, stante lo scandaloso ritardo con cui stanno realizzando le Rems (ovvero le strutture che dovrebbero prendersene carico con ricovero e cura in sostituzione dei vecchi manicomi giudiziari), finiscono in carcere o restano in libertà.

La soluzione sinora adottata per le carceri pare puntare solo sulla sicurezza, minacciando la repressione di qualsiasi protesta. Una visione di poco respiro come il passato dimostra: suicidi, proteste e tentativi di evasione continueranno inevitabilmente.

Anche le strade che sono state indicate come risolutive rischiano di rivelarsi pura propaganda. Rimandare nei loro Paesi di origine i detenuti stranieri (circa il 30%) è impossibile senza accordi con questi Paesi, ben difficili da ottenere. Così è anche per il trasferimento dei detenuti tossicodipendenti (circa il 30%) in comunità di accoglienza a fronte del limitato numero di comunità e della loro capienza, già oggi in enormi difficoltà. L’eventuale trasformazione di caserme in nuove carceri richiederebbe radicali ristrutturazioni (con relativi costi) e produrrebbe probabilmente edifici inadeguati come spazi e strutture rieducative.

Perché si dimentica che uno dei problemi delle carceri italiane non è solo il sovraffollamento, ma la vetustà e l’inadeguatezza di molte delle nostre carceri nate con altri fini (monasteri, castelli) o in altre epoche. Così non solo molte nostre carceri non agevolano il controllo, costringendo la polizia penitenziaria ad un lavoro massacrante, ma sono del tutto prive di laboratori di formazione e di spazi per attività lavorative e sportive. Negando in tal modo ogni promessa di rieducazione.

Occorrerebbe un intervento su due livelli: uno immediato da un lato che consenta la scarcerazione di chi è in carcere per reati minori o ha residui di pena modesti oltre che l’attuazione delle Rems, e dall’altro lato un progetto pluriennale con impegni (anche finanziari) e scadenze chiare.

Sarebbe auspicabile una visione nuova e diversa che davvero limiti il ricorso al carcere allo strettissimo indispensabile, che punti su sanzioni alternative sempre inevitabilmente punitive, ma anche con un fine di reinserimento e utili per la società (lavori di pubblica utilità, sanzioni pecuniarie, confische), con un piano di edilizia penitenziaria che costruisca nuove carceri con strutture rieducative e di formazione abbandonando le attuali fatiscenti strutture e puntando sul lavoro carcerario. Forse un’illusione, ma la politica intesa come perseguimento del bene comune deve nutrirsi anche di illusioni e sogni.

Claudio Castelli, Ex presidente della Corte d’Appello di Brescia

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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