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Il calcio italiano pensa solamente a sopravvivere

Fabio Tavelli
Il concetto di «fallimento» e l’importanza del quarto posto: il nostro movimento non è più programmato per sviluppare, crescere, espandersi
Uno scatto di Inter-Bodø/Glimt - Foto Ansa/Matteo Bazzi © www.giornaledibrescia.it
Uno scatto di Inter-Bodø/Glimt - Foto Ansa/Matteo Bazzi © www.giornaledibrescia.it
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Il sempre troppo usato termine «fallimento» è tornato ad aleggiare nei commenti dopo le eliminazioni dalla Champions League di Inter e Juventus. È una parola che piace moltissimo ai commentatori seriali su Linkedin e ai formatori che lavorano per le risorse umane delle aziende. Per come lo intendiamo in Italia, il termine sconta il fatto che da noi fallire viene associato a qualcosa di estremo, di definitivo.

Il significato

Lo sport è diverso, offre sempre una possibilità di riscatto. Già, ma cosa significa «fallire» un obiettivo nel calcio? La chiave è proprio questa, ovvero non arrivare ad un traguardo che ci si era preposti. Qualche esempio. Inter: in corsa, ora, per due obiettivi. Scudetto: 80%. Coppa Italia: 25% (è in semifinale: 25% a testa come Como-Lazio-Atalanta). Fuori, troppo presto, in Champions e battuta in semifinale in Supercoppa.

Può fare doppietta, vincere scudetto e non Coppa, oppure non vincere niente (come l’anno scorso). Fallimento? Se non entrasse nelle prima quattro, sì. Ma si tratta di un’ipotesi ai limiti dell’impossibile. Non vincesse lo scudetto? Con il vantaggio che ha, sarebbe dura da digerire, a maggior ragione dopo l’uscita inopinata contro il Bodo. E la discussione, se fallimento sì o fallimento no, ci starebbe tutta.

Le altre

La Juventus è stata eliminata dalla Champions per mano del Galatasaray - Foto Ansa/Alessandro Di Marco © www.giornaledibrescia.it
La Juventus è stata eliminata dalla Champions per mano del Galatasaray - Foto Ansa/Alessandro Di Marco © www.giornaledibrescia.it

Passiamo al Milan. Fuori in Coppa Italia, resta l’obiettivo quarto posto. Tecnicamente anche lo scudetto non è così irraggiungibile. Ma restiamo alle ipotesi negative. Fallimento in quale caso? Quinto posto. Ogni altra posizione tra le prime quattro varrà la salvezza della stagione. Juventus. Fuori dalle coppe, in corsa per il quarto posto. Se arriva quinta è un fallimento? Beh, lo sarebbe da un punto di vista economico, e probabilmente anche sportivo. Napoli. Di tutte queste è l’unica ad aver già alzato un trofeo (Supercoppa italiana, è il meno prestigioso, ma comunque è una coppa). Da campioni d’Italia ci si aspettava di più? Certamente. Trentesimi su trentasei ed eliminati ai gironi di Champions: male, nonostante i tanti infortuni. Fallimento? Non qualificarsi alla prossima Champions, il resto sarà ancora accettabile.

Mi fermo qui e non ho bisogno di segnalarvi il denominatore comune di questa breve analisi: quarto posto. Gira tutto intorno a quello. E sapete perché? Perché il calcio italiano non è più programmato per sviluppare, crescere, espandersi. No, pensa unicamente a sopravvivere. A incassare soldi dalla Uefa come priorità assoluta. A parte il Milan del primo periodo di Berlusconi, la Champions League è massimamente interpretata dai nostri club come fosse una massima del Barone De Coubertin: l’importante è partecipare. A volte si può fare della strada, vedi l’Inter nelle ultime stagioni con Simone Inzaghi. Ma lo scudetto, per chi può ambirci (e sono sempre solo una o due), e il quarto posto sono il mantra al quale i nostri grandi club si sono auto-vincolati. E da questo circolo vizioso, l’attuale classe dirigente non è in grado di portarci fuori.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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