Brescia e la liturgia laica della fatica e del lavoro

Roberto Rossini
Nel giorno del Primo di maggio vale la pena far memoria del lavoro come valore che accomuna tutti, indipendentemente dalle provenienze geografiche o culturali
Operai al lavoro - © www.giornaledibrescia.it
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Nella storia industriale italiana, Brescia - si sa - ha un ruolo di primissimo piano, soprattutto per l’accelerazione tra fine Ottocento inizio Novecento, dove la nostra provincia si impose come uno dei luoghi più attivi e più simbolici dello sviluppo economico. In pochi anni il capoluogo si trasformò in una città più grande - si pensi all’espansione verso ovest - e più moderna. Il riconoscimento avvenne con l’Expo del 1904: l’Esposizione universale scelse la nostra città come sede internazionale di un’edizione dedicata al progresso. Brescia, nel 1904, rappresentava agli occhi della nazione il progresso, la modernità del lavoro e dell’impresa.

In realtà il lavoro aveva sempre fatto parte della realtà e dell’immaginario collettivo dei bresciani. Lo scrittore Giuseppe Tonna - riprendendo antichi studi - parlava dell’esistenza «di una dura, severa, affannata religione del lavoro» che qualificava la nostra città, testimoniata ad esempio dal numero di officine e negozi che costellavano il tessuto cittadino: il lavoro come modo di vivere la vita e di vivere la città. Dunque, il Novecento bresciano rilancia questa dimensione.

La Rivoluzione industriale porta con se una nuova economia e un nuovo modo di lavorare, ma anche lo sviluppo di dinamiche sociali e politiche più complesse. La Rivoluzione industriale evidenzia le diseguaglianze sociali, a cui spesso rispondono i movimenti popolari, che nascono anche grazie alla naturale disposizione solidale dei bresciani: circoli operai, sindacati, partiti politici, associazioni, società di mutuo soccorso, casse rurali. È così che nasce e cresce un «capitale sociale» di straordinario valore che connoterà per sempre l’esperienza bresciana. Abbiamo citato questi passaggi per ricordare che a Brescia il lavoro non è semplicemente lavoro.

Semmai ha la stessa intensità e la stessa forza della parola contenuta nel primo articolo della Costituzione: lavoro è una parola fondativa, custodisce l’esperienza sociale e politica, oltre che quella economica. Bastano tre esempi per capirlo. Qui il mondo del lavoro è stato protagonista della Resistenza e si è assunto il compito di accompagnare la nascita della nuova Repubblica. Qui il mondo del lavoro ha contribuito ad attraversare il lungo tunnel degli «anni di piombo» senza perdere la libertà e custodendo la democrazia. Qui il mondo del lavoro ha integrato le dinamiche migratorie di ingenti proporzioni degli anni a cavallo dei due secoli in modo complessivamente ordinato.

Dunque, se ancora oggi i dati statistici sulla produttività industriale a Brescia sono eccellenti anche a confronto con le regioni più sviluppate d’Europa, se l’indice della disoccupazione complessiva è inferiore alla cosiddetta soglia fisiologica, a noi sta però a cuore sottolineare anche un altro fatto: che il contesto lavorativo - imprenditoriale, sindacale e associativo - è di forte impronta solidale e sa cosa significhi sostenere la Repubblica.

Anche il Consiglio comunale, pur tenendo conto delle proprie competenze specifiche, è coinvolto in questioni che hanno a che fare col lavoro. A volte in termini di preoccupazione - cambi di proprietà e politiche aziendali - ordinariamente in termini di sviluppo urbano, di progetti e di servizi che incidono sulla vita dei lavoratori e delle loro famiglie.

Allora, nel giorno del Primo di maggio vale dunque la pena far memoria del lavoro come valore laico - valore, tra l’altro, astratto e concreto - che accomuna tutti, indipendentemente dalle provenienze geografiche o culturali, e rilanciarlo come leva strategica per rispondere localmente alle crisi globali che viviamo.

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