La condanna di Bolsonaro un monito alle destre eversive

Il Supremo Tribunale Federale (STF) brasiliano ha riconosciuto l’ex presidente Bolsonaro e altri sette, tra collaboratori e militari, colpevoli di aver ordito un golpe contro la democrazia brasiliana tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023.
Con 4 voti favorevoli e uno contrario, il STF ha accettato le gravi accuse di colpo di Stato, tentativo di abolizione violenta dello stato democratico di diritto, organizzazione criminale armata.
Bolsonaro è stato condannato a 27 anni e 3 mesi di reclusione, di cui quasi 25 da scontare in prigione, e 2 in regime semiaperto. Ad altri 6 sono state comminate pene che vanno dai 16 ai 26 anni di prigione, mentre Mauro Cid, ex portavoce della Presidenza, ha ricevuto due anni in regime aperto, in quanto delatore del piano di golpe.
Scandalo politico-amministrativo
Spicca il voto del ministro Luiz Fux. Si è trattato di un tentativo molto contraddittorio di chiedere l’assoluzione di Bolsonaro e altri cinque, mettendo sullo stesso piano casi diversi.
Da una parte il «Mensalão», scandalo politico-amministrativo scoppiato nel 2005, in cui il governo Lula fu accusato di comprare voti dei deputati per approvare progetti di interesse del Partido dos Trabalhadores/PT, e dall’altra, in simmetria perfetta, il tentativo di golpe alla democrazia brasiliana.

Se insomma, Lula «non sapeva» del Mensalão, e dunque furono condannati solo alcuni esponenti del PT, anche a Bolsonaro, all’epoca fuggito negli USA, andrebbe dato il beneficio di «non sapere» che alcuni dei suoi fedeli collaboratori stavano tentando di abolire la democrazia in Brasile.
Le prove raccolte nelle indagini della Polizia Federale sono inequivocabili e ci dicono che Bolsonaro ebbe un ruolo fondamentale nel piano di golpe.
D’altronde, non è la prima volta che in Brasile le elite al potere provano a banalizzare il passato mettendo sullo stesso piano crimini differenti. Basti pensare alla dittatura militare, «normalizzata» come un movimento a difesa della nazione contro il pericolo di una rivoluzione comunista al servizio di Mosca.
Un giorno storico per la democrazione brasiliana
Per tali ragioni, è stato un giorno storico per la democrazia brasiliana e in generale per le democrazie occidentali alle prese con destre sempre più eversive e autoritarie.
Si intende voltare pagina. Ed è significativo che a ricondurre il Brasile nell’alveo della democrazia sia stato il potere giudiziario, accusato dal bolsonarismo di essere «autoritario», dopo averlo osannato in occasione del processo e della condanna di Lula.
Si aprono scenari interessanti in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo. Per la verità il «bolsonarismo» è perennemente mobilizzato, ed è un segmento ancora ampio dell’elettorato brasiliano. A destra, la sfida per il prossimo candidato sarà quella di dialogare con tale estremismo smussandone la carica eversiva. È probabile che sarà una elezione all’ultimo voto. Serve dunque l’appoggio del «bolsonarismo».
Nel campo progressista Lula ha dichiarato in più di una circostanza che una sua ennesima candidatura sarà dettata dalla necessità di fermare «l’orda dei trogloditi».
Nel frattempo, la famiglia Bolsonaro sta alimentando l’ostilità dell’amministrazione Trump contro i giudici brasiliani, accusati di fare la «caccia alle streghe».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
