Opinioni

Autonomia differenziata, Parlamento lasciato ai margini

Prosegue il dibattito dei politici bresciani sulla legge Calderoli
Alfredo Bazoli - Senatore, vice capogruppo Pd
Roberto Calderoli ministro per Affari regionali e Autonomie - © www.giornaledibrescia.it
Roberto Calderoli ministro per Affari regionali e Autonomie - © www.giornaledibrescia.it

La legge Calderoli sull’autonomia differenziata è stata approvata in fretta e furia e a colpi di maggioranza, senza un reale coinvolgimento dell’opposizione, per ragioni puramente elettorali. L’esatto contrario di quanto meriterebbe un tema delicatissimo e rilevante come quello dell’attuazione del decentramento e dell’autonomia delle Regioni e degli enti locali, che riguarda né più né meno che la capacità delle nostre istituzioni di garantire buoni servizi, efficienza, prossimità, solidarietà.

L’esito di questo approccio è un pasticcio, una legge che anziché favorire rischia di pregiudicare l’ordinata ed equilibrata attuazione dei principi di decentramento. La legge anzitutto non si fa carico di individuare un perimetro ragionevole delle funzioni che possono essere oggetto di competenza esclusiva regionale, ma richiama l’elenco generico di materie oggi contenuto nell’art. 116 comma 3 della Costituzione.

Un catalogo amplissimo, che coinvolge praticamente tutta la spesa pubblica, se si eccettuano pensioni, difesa e ordine pubblico.

Un decentramento massivo di tutte quelle materie comporterebbe una enorme frammentazione, con aumento della complessità e della confusione normativa, e oneri burocratici aggiuntivi per imprese e cittadini.

Confusione, rischi e limiti si ritrovano altresì nella parte che riguarda le modalità di finanziamento delle funzioni delegate, e il rispetto dei principi perequativi che garantiscano l’uguaglianza di trattamento dei cittadini.

Senza entrare nei dettagli tecnici, occorre sottolineare come l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni - per consentire un adeguato finanziamento dei servizi a tutte le regioni e garantire così il rispetto dei diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale - è futuro ed incerto, così come incerte sono le risorse da reperire per garantirne l’attuazione, e del tutto imprevedibili gli effetti sul rispetto dei vincoli di finanza pubblica.

Allo stesso modo, il meccanismo che dovrebbe accertare il maggiore gettito dovuto alla maggiore crescita delle regioni più ricche e dinamiche non garantisce affatto che quel surplus non venga da esse trattenuto, con buona pace dei principi perequativi. La legge poi, dando un ruolo pressoché esclusivo alle Regioni, omette completamente di definire attribuzioni e responsabilità degli enti locali secondo i principi di sussidiarietà, confermando così che più che di autonomia differenziata si dovrebbe parlare di centralismo diffuso.

Nel farraginoso e complicato procedimento che dovrebbe portare all’intesa tra le Regioni e lo Stato il Parlamento è infine lasciato completamente ai margini: l’accordo è demandato ad una negoziazione bilaterale, e al Parlamento è affidato solo il ruolo notarile finale di approvare o meno le intese.

Uno svilimento della funzione delle Camere – peraltro in perfetto allineamento con la riforma del premierato – in una materia nella quale l’assenza di una Camera delle Autonomie, tipica di tutti i sistemi federali, dovrebbe consigliare al contrario di dare al Parlamento un ruolo di decisione e di controllo molto più significativo.

Queste sono le ragioni che hanno indotto molte categorie e realtà associative a lanciare preoccupati allarmi per i rischi e i costi economici e sociali di una frammentazione disordinata e iniqua del paese: da Confindustria ai sindacati, dalla Conferenza episcopale italiana alle tante associazioni del terzo settore, dalla Banca d’Italia all’Ufficio Parlamentare di Bilancio.

E di fronte a rischi come questi, è meglio resettare tutto e ripartire da zero.

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