L’arte è politica ma siano gli artisti a decidere come

L’arte è politica. Lo è quando fa propaganda, lo è ancora di più quando in maniera laterale interpreta la storia e la realtà attraverso la visione personale dell’autore. Quando è la politica a voler entrare nel territorio dell’arte, il rischio è invece un cortocircuito in cui a perdere è la libertà. E gli artisti stessi. Che - lo hanno già dimostrato - sono in grado di autodeterminarsi.
Anche alla prossima Biennale d’Arte di Venezia, attorno a cui si è già scatenata la polemica sulla partecipazione della Russia dopo due anni di rinuncia. Sì, perché non fu l’esito del boicottaggio a tenere vuoto il padiglione russo. Nel 2022 furono il curatore Raimundas Malasauskas e gli artisti Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva a ritirare la propria partecipazione in segno di protesta contro l’invasione russa dell’Ucraina.
Nel 2024 (la Russia scelse di non partecipare) porte sbarrate al padiglione d’Israele: completato l’allestimento, l’artista Ruth Patir si rifiutò di aprire «finché non sia raggiunta la tregua a Gaza». Inutile dire che il padiglione restò chiuso, mentre il giorno dell’inaugurazione i Pro-Pal invasero i Giardini scandendo «free free Palestine». Quest’anno promettono battaglia le Pussy Riot (le attiviste femministe anti-Putin), non sarà magari «dialogo» ma presa di posizione. E si può tornare indietro al 1968, quando al grido di «La Biennale è fascista» Gastone Novelli accolse critici e pubblico con le opere girate faccia al muro.
A fronte di tutto ciò, la recente polemica sul ritorno della Russia alla prossima Biennale risulta fuorviante. Da statuto, all’esposizione internazionale d’arte sono invitati tutti i Paesi «riconosciuti come indipendenti dallo stato italiano». Non c’è bisogno di una «approvazione» da parte del direttore, la scelta di partecipare è in capo ai singoli stati, che nominano il proprio commissario e il curatore della mostra nazionale. E il presidente Pietrangelo Buttafuoco lo ha ribadito: «La Biennale di Venezia esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell’arte».
Rispondendo così implicitamente al ministro Giuli che ha riportato la contrarietà del governo italiano alla partecipazione russa; e rimandando al mittente la lettera sottoscritta da 22 Paesi europei, Ucraina in testa, che chiedono al governo italiano di intervenire in questo senso, minacciando di tagliare i fondi che l’Ue versa annualmente alla Biennale. Una interferenza che rischierebbe di creare un pericoloso precedente in una istituzione che al momento si presenta come una «Onu dell’arte», dove hanno trovato ospitalità non soltanto la Russia ma anche altri Paesi controversi come lo stesso Iran, il Venezuela, la Cina, Cuba... oltre che gli Stati Uniti e Israele, ora sotto accusa per l’intervento contro l’Iran.
Si parla di «soft power», la persuasione occulta che la Russia tramite il suo padiglione potrebbe esercitare sul pubblico. Ma siamo sicuri che i visitatori della Biennale siano così sprovveduti da non saper valutare criticamente l’opera degli artisti «emissari di Putin»?
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