Andare oltre la tassa sugli extraprofitti

Nel nostro Paese, spesso, si accendono dispute molto seguite che, a ben vedere, si sviluppano tralasciando di entrare realmente sui temi dai quali i confronti nascono. In queste settimane si discute, anche aspramente, sugli «extraprofitti» bancari dando voce a dibattiti che finiscono con il concentrarsi su aspetti a volte di ideologia pura finendo, ritualmente, per arrivare alla classica montagna che partorisce il topolino.
Proprio partendo da questo paradosso si può provare ad allargare la riflessione e indicare percorsi nuovi, coerenti con normative locali e internazionali, ma, soprattutto efficaci, per dare nuova linfa alla nostra asfittica economia. Vediamo, quindi, come la norma su questo tema, introdotta lo scorso anno attraverso un decreto legge del 10 agosto, abbia realmente inciso sul nostro sistema economico e sociale.
La scelta del governo fu quella di definire «extra» l’incremento dei guadagni delle banche legato all’aumento dei tassi di interessi imposto dalla Bce per affrontare i primi segnali di crescita dell’inflazione dopo il periodo pandemico. La decisione di Francoforte ha portato ad un incremento del costo del denaro con conseguente aumento degli interessi su mutui e prestiti nel primo semestre del 2023 ma anche dei margini di interessi del nostro sistema bancario. Un incremento che non ha trovato (tra l’altro) corrispondenza nei rendimenti dei conti correnti (ossia della remunerazione del denaro che viene «prestato» alle banche i cui rendimenti negli anni erano scesi in modo radicale).
In linea teorica il provvedimento del Governo aveva (o avrebbe per quello in discussione oggi) lo scopo di attivare uno strumento di giustizia sociale orientando il prelievo a finanziare aree di tensione sociale (come i mutui prima casa per gli under 36 piuttosto che il taglio dell’IRPEF etc). Purtroppo le decisioni «politiche», oltre ad un acceso dibattito, non hanno sortito grandi effetti perché l’attesa di entrate che si prevedeva fossero intorno agli 1,8 miliardi di euro (per dare qualche numero da Unicredit ci si aspettavano 397 milioni, da Intesa SanPaolo 591, da BancoBPM 158) non ha praticamente generato flussi per le casse dello Stato perché la norma è stata ampiamente modificata, su spinta delle normative europee, permettendo a tutti gli istituti di credito di evitare la tassazione patrimonializzando gli utili stessi (portandoli a riserva in misura doppia di quanto realizzato).
Tanto rumore per nulla potremmo dire. Ma quali potrebbero essere, invece, le possibili strade per il governo per spingere chi ottiene profitti «extra» ad indirizzarli verso iniziative di «utilità» comune? Forse per il settore bancario il primo passo sarebbe quello di chiedersi quanto gli istituti creditizi operino (o siano nelle condizioni di operare) in coerenza con i principi che fecero la fortuna dei primi banchieri e quali potrebbero essere le strade per riorientarle oggi. Difficile seguire le orme del fondatore della Bank of America, l’italo americano Amedeo Peter Giannini, che ritenendo (a ragione) il ruolo delle banche indispensabile per sostenere lo sviluppo, applicava tassi di interessi molto bassi a chiunque dimostrasse di averne bisogno riducendo o eliminando le garanzie ma «controllando i calli nelle mani e la voglia di lavorare che si leggeva dal loro viso» (con il 96% dei prestiti erogati in quegli anni restituiti secondo quanto pattuito).
Ovviamente si deve riflettere su come, mutando i tempi e cambiando anche le basi «etiche» sulle quali si sostiene la nostra moderna «civiltà» possa essere possibile destinare risorse raccolte dalle banche ad iniziative (non necessariamente da imporre per legge) capaci di agire da moltiplicatore non solo degli utili delle stesse, ma anche dello sviluppo. Si potrebbe, ad esempio, agire attraverso la volontà di associare queste iniziative dei singoli istituti bancari sia a valutazioni in grado di offrire parametri adeguati di selezione, sia a «supporti» di adeguati fondi rischi di sistema finalizzati a coprire eventuali disavventure/errori. Queste riflessioni potrebbero avere un effetto sul settore dove, malgrado gli sforzi degli ultimi anni, il sistema bancario continua a nascondere inefficienze e scarsa tensione all’innovazione (anche di processo) e dove, spesso, i rapporti con i clienti appaiono sempre meno orientati alla condivisione del rischio.
Riflettere sul ruolo delle banche ha, sicuramente, una valenza di natura valoriale ed «ideologica», ma meglio affrontare direttamente questo aspetto che cercare di fare passare, per la finestra di un decreto legge, indirizzi valoriali importanti e scarsamente accettabili se letti solo attraverso logiche di semplice «sistema di mercato» o di «salvaguardia del sistema competitivo» entrambi capisaldi delle normative internazionali ed europee in particolare.
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