Ci capita, qualche volta, di abusare del termine «icona». Nel caso di Alain Delon, invece, mai etichetta fu più opportuna di quella di icona del Novecento, anche per indicare un «universo», una certa idea della Francia, un modello di mascolinità ed eleganza e un tempo storico (quello del Secolo breve), che oggi sembrano consegnati al passato, ma continuano a persistere nell’immaginario collettivo.
Icona è la parola giusta anche per designare una figura che, specie a partire da un certo momento della sua vita, è apparsa divisiva, ma portatrice di una visione del mondo non in sintonia - e, anzi, in contrapposizione diretta - con il nuovo spirito dei tempi proveniente dalla cultura sociale anglosassone, che nel cinema continua significativamente a «dare le carte». Delon è associabile, in prima istanza e immediatamente, a un paradigma di bellezza maschile travolgente e irresistibile (come detto da numerose sue colleghe e da tanta parte dell’umanità femminile), che ne ha fatto il volto dell’attore francese per antonomasia. E che, all’indomani del successo di Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, lo ha reso un sex symbol su scala internazionale.

Su questa fortissima dimensione e valenza estetica e su di un fascino folgorante il primattore transalpino ha saputo costruire anche tanto altro, che lo ha portato a venire identificato con uno dei simboli del cinema stesso. L’esplosione della sua fama fra gli anni Cinquanta e i Sessanta ha coinciso con una delle epoche in cui i grandi attori rappresentavano degli autentici divi, ovvero «divini» - e se nella teologia cristiana a detenere un ruolo fondamentale è la Grazia, nella società dell’immagine quel posto spetta alla bellezza, di cui Delon ha costituito giustappunto un’incarnazione impareggiabile. Un periodo, quello dei due decenni successivi al secondo dopoguerra, decisivo per la formazione di alcuni pilastri e miti della cultura pop di massa, e per la costruzione - così tipicamente novecentesca - dell’idea del «giovane».

Il suo Tancredi, ne Il Gattopardo (1963), pur senza alcuna lettura politica, ha rappresentato l’anelito alla libertà e all’indipendenza dei giovani del decennio dei Sessanta. Così Delon, nella sua iconicità, ha fornito una testimonianza dell’aspirazione alla giovinezza per sempre, a dispetto del tempo che inesorabilmente passa, diventata sempre più centrale nella società occidentale. Di quell’élan vital (lo slancio vitale, come direbbero i francesi) furono espressioni anche i suoi amori favolosi e travagliati che occuparono le cronache rosa e mondane e riempirono le riviste di gossip. Mentre gli anni trascorrevano, altri aspetti della personalità e del modo di concepire le cose dell’attore transalpino si facevano largo, ed erano quelli destinati a lasciare le tracce più controverse. Come le sue dichiarate simpatie per la destra-destra, fino alle dichiarazioni pubbliche pronunciate a favore del Front National di Jean-Marie Le Pen, che suscitarono accese polemiche e gli alienarono numerose simpatie.
La légende est partie. Alain Delon nous laisse orphelins de l’âge d’or du cinéma français qu’il incarnait si bien. C’est une petite partie de la France que l’on aime qui part avec lui. pic.twitter.com/uXxFVdUAUv
— Marine Le Pen (@MLP_officiel) August 18, 2024
E, ancora, le accuse di omofobia e misoginia, che Delon cercò invece sempre di respingere. Infine - sentimenti e idee che, al contrario, si rivelano largamente condivise -, il côté animalista e la grande passione per i suoi cani, accanto ai quali ha chiesto di venire seppellito. Comunque sia, passata l’indignazione politica, la sua scomparsa lo consegna eternamente all’immaginario di un’epoca, e di tante generazioni odierne che di lui, magari, hanno visto anche soltanto una gallery fotografica sui social.
Massimiliano Panarari - Sociologo della comunicazione Università di Modena e Reggio Emilia




