Accordo Ue-Mercosur: dubbi di Macron e Meloni

Dopo venticinque anni è arrivata la firma dell’intesa. La Francia cerca una minoranza di blocco nel Consiglio europeo. Se il nostro governo aderisse scatterebbe il fermo
Ursula Von der Leyen - Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Ci sono voluti venticinque anni per giungere alla firma di un accordo commerciale tra l’Ue e il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay). Un primo atto della nuova Commissione europea di stampo decisionista e non certo sorprendente, tenuto conto della sua composizione e della ripartizione delle deleghe. Un accordo controverso.

È certamente molto favorevole, e quindi ben accolto, dall’industria e dai servizi, i quali rappresentano il 98 per cento del Pil così come dell’occupazione, dei Ventisette. È non meno favorevole all’agricoltura, dove tuttavia non è stato per nulla ben accolto. Quanto ai governi, solo quelli di Berlino e Madrid, a guida socialista, si sono espressi in modo favorevole. Scholz: «Un passo importante verso un mercato libero, maggiore crescita e competitività per più di 700 milioni di persone». Sanchez: «Accordo storico, ci renderà tutti più prosperi e più forti».

Per contro la Francia di Macron (azionista di maggioranza del gruppo Renew, i liberali del Parlamento europeo), si sta dando da fare per montare una minoranza di blocco nel Consiglio europeo. Più defilata, per il momento la posizione del governo Meloni: «Sosterremo se verranno previste tutele in caso di squilibri per il settore agricolo». Se il nostro governo aderisse alla minoranza di Macron, il blocco scatterebbe.

Socialisti liberoscambisti e liberali protezionisti? Nel silenzio italiano pare proprio di sì. Questione da approfondire a parte. Per ora basti notare come rifletta tendenze in atto negli Stati Uniti, dove i dazi sono nel programma del repubblicano presidente eletto Donald Trump, leader del partito un tempo sostenitore dei liberi commerci. Dazi contro i quali è stato unanime, in Europa, il coro di condanna. Anche di quanti, anni or sono, avversavano il progetto di un trattato di libero commercio Ue-Usa, tanto da affossarlo.

Perché il trattato sia favorevole per industria e servizi è presto detto. Attualmente il Mercosur impone barriere, tariffarie e no, sulle importazioni di prodotti europei quali: automobili, macchinari (inclusi quelli per le tecnologie dell’informazione e comunicazione) tessuti, vini e altro ancora. Tutto ciò verrà rimosso. Inoltre, prevede per i servizi (rappresentano il 70 per cento del Pil europeo) facilitazioni per il loro commercio e insediamento in quei paesi. Ancora contempla per le società europee la possibilità di partecipare agli appalti pubblici, nonché semplificazioni commerciali per le piccole e medie imprese. Basterebbe pensare alla crisi in cui versa l’industria automobilistica e il suo indotto nell’Ue, sulla quale peseranno pure i dazi in arrivo dopo il 20 gennaio – data dell’insediamento di Trump, il quale ha già fatto sapere si essere intenzionato a firmarli quello stesso giorno – per chiarire la portata dell’accordo.

E l’agricoltura? Maggiori esportazioni di vini implicherebbero più produzione di uve, anche se ciò potrebbe andare a discapito di altre produzioni sarebbe comunque a maggior valore aggiunto. La prevista protezione delle indicazioni geografiche riguarda circa 350 prodotti, mettendoli al riparo dalle imitazioni e rafforzandone le posizioni di mercato nel Mercosur. Vi è chi grida contro le importazioni senza dazio delle carni. Ma la quota libera (99 mila tonnellate annue), non va oltre l’1 per cento del mercato Ue. Un 1 per cento non può destabilizzarlo.

Altri paventano la concorrenza sleale, per via di supposti più bassi standard sanitari e fitosanitari delle produzioni Mercosur. Ma qui interverrebbero le regole europee le quali non consentono l’entrata di beni al di sotto di determinati standard. Allora è il rispetto di tali regole a essere messo in questione. Con ciò gettando ombre sulla correttezza dell’operato dei doganieri.

Evitiamo di fare dell’accordo con il Mercosur il capro espiatorio di inefficienze produttive con altre origini. Non tiriamoci la zappa sui piedi.

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