Quando il panettone era solo un panettone

Come sopravvivere a chi ci parla di alveolature non omogenee e di lievitazione
Un panettone - Foto Unsplash
Un panettone - Foto Unsplash
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C’è stato un tempo nel quale eravamo felici senza saperlo. Un tempo lontano, non lontanissimo, ma che appare tale nel confronto impietoso con il presente.

È un inizio apocalittico, me ne scuso. Ma ci sono però situazioni che mettono a dura prova financo il tradizionale ottimismo di chi sa che ogni stagione della vita ha le sue sfumature, di chi sa che le condizioni possono essere anche non ottimali e che quindi non sempre si raccoglie quello che si semina.

Arriva quindi il momento che impone al gentiluomo di giovane mezza età (elegantemente portata) di mettere da parte il suo aplomb (molto british). C’è stato un tempo nel quale il panettone era solo un panettone; lo compravi al supermercato e te lo mangiavi mentre parlavi di facezie della vita. Neppure c’era da dibattere su canditi sì, canditi no.

Qualcuno azzardava la preferenza per il pandoro, ma tutto finiva all’amaro.

Bei tempi, mi commuovo fino alle lacrime a pensarci. Oggi il diktat dal quale non si può prescindere è panettone artigianale, meglio se pagato oltre i 50 euro e di 750 grammi: fa subito intendere di che pasta sei fatto. Se ti presentassi da amici con un panettone industriale resteresti in giardino a mangiarlo con il cane, anzi: lui sarebbe dentro a mangiare il canettone.

Non è detto che restare al freddo sia la situazione peggiore, a tavola ci sarà sempre qualcuno che commenta la lievitazione e quindi l’alveolatura non omogenea, segno di equilibrio perfetto dell’impasto. Qualcuno altro lo mangerà con un’espressione sognante sottolineando il piacere dell’esperienza di gusto. Altri pensano ai tempi andati e si mordono la lingua. Neppure salmistrata.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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