Le ho mangiate la prima volta a Rino di Sonico (sapete che sono cittadino del mondo), durante un campo scuola estivo. Erano gli anni Novanta, bei tempi (mi scuso per la digressione nostalgica). In cucina c’erano Rino e la Cia, una coppia di cuochi di fatto (li immagino ridere lassù di questa definizione), due persone talmente meravigliose da apparire oggi quasi irreali, ma per fortuna tantissimi come loro hanno popolato (e popolano) la vita oratoriana. Il Rino coltivava l’orto (come tutte le persone sagge), e ogni anno quelle prelibate verdure diventavano stuzzicanti contorni ai suoi racconti.
Quella volta arrivò con un grosso vaso contenente puntarelle sott’olio insaporite da capperi e acciughe salate. Una delizia appagante come raramente mi è capitato di gustare. Una scoperta entusiasmante. Tornato a casa non potei far altro che condividere cotanta scoperta con la mia genitrice e con la sua. Entrambe ignoravano l’esistenza delle puntarelle. O meglio, erano solite toglierle dal ceppo di cicoria e buttarle considerandole una sorta di infiorescenza. Da me edotte si sono finalmente incamminate lungo la retta via apprezzando le virtù della cicoria asparago (puntarelle per gli amici).




