Gli insopportabili lievitati delle feste

Il conto alla rovescia è iniziato, siamo entrati nell’Avvento e il Natale si palesa nitido all’orizzonte. Alberi addobbati e presepi rendono le nostre case gioiose, le luminarie lungo le strade creano una splendida cornice (come direbbe un influencer qualsiasi) ai nostri spostamenti. Le prime nevicate ci hanno catapultati nella magia di un mondo quasi fiabesco, con l’illusione di vivere in uno di quei film americani, di quelli che trasmettono il pomeriggio dei giorni festivi, e che ti accompagnano coccolandoti nella pennichella postprandiale: se qualcosa va male, di certo alla fine tutto si rasserenerà. Nei film.
A funestare questo lieto periodo, ormai da qualche anno, sono arrivati i lievitati delle feste, che già il nome ti fa venire l’orticaria. Nulla ormai può essere chiamato col suo nome, troppo banale: allora la telefonata è una call, la pausa pranzo è il lunch (il brunch non ho mai capito cosa sia). Figuriamoci se panettoni e pandori potevano rimanere semplicemente così. E poi come fanno a farceli pagare dai 50 ai 100 euro? Suvvia.
Mi scuso con l’umanità, ma ogni anno divento più intollerante ai lievitati delle feste. O meglio: a quelli che prima di mordere la fetta ne commentano l’alveolatura, e ti raccontano del lievito madre, dell’assenza di canditi (chissà perché la gente li odia), e tu sogni che finalmente gli alieni cattivi arrivino a porre fine a questo supplizio. Basterebbe anche Babbo Natale a portare un po’ di carbone, però se lo vendesse a 150 euro al chilo i gourmet delle feste mangerebbero anche quello, giurando che sia buonissimo.
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