Quando la neve ci insegnò a sognare

Era un sogno che non si osava nemmeno sognare. Del resto eravamo a Roncadelle mica a Cortina. E invece quella mattina ci svegliammo in un’atmosfera ovattata, dall’esterno non arrivava nessun rumore, dalla tapparella leggermente sollevata un bagliore quasi innaturale. Poi arrivò nostra mamma che ci diede il faustissimo annuncio: oggi non si va a scuola, nevica. Ancora oggi mi si riempiono gli occhi di lacrime ripensando a quel momento.
Le vacanze natalizie erano finite da poco, per una pausa degna di nota avremmo dovuto aspettare Pasqua, e invece. Nel giro di poco le vie si riempirono di persone che liberavano il possibile, si spalava ma non si sapeva dove buttare la neve, tanta se ne accumulava ovunque. Perché dal cielo continua a cadere. Raramente nella vita mi sono sentito immerso in un’atmosfera così magicamente avvolgente, financo accogliente.
Mio nonno salì sul tetto di casa sua per evitare che collassasse sotto quel manto bianco. Dalla finestra (solo una via ci separava) lo guardavo pensando: speriamo che non cada, è così vecchio. Aveva cinque anni più di me oggi, che senza vergogna mi qualifico giovane di mezza età. L’assenza dai banchi di scuola non durò così a lungo come speravamo, ma eravamo comunque felici. Decennio dopo decennio, la nevicata del 1985 è stata archiviata come storica, entrando nel mito. Una zia ciclicamente ricorda che il cumulo di neve ghiacciata nel parcheggio della Città Mercato si sciolse definitivamente soltanto a luglio. È meraviglioso crederlo. Di certo in quei giorni abbiamo scoperto che, a volte, anche l’inimmaginabile può diventare realtà.
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