Come un crisantemo dopo Ognissanti

Un momento di gloria passeggera al camposanto e il ritorno alla realtà
Crisantemi rosati - Foto unsplash.com
Crisantemi rosati - Foto unsplash.com
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In Giappone il crisantemo è simbolo di bellezza e regalità, è il fiore simbolo dell’imperatore. Nel Regno Unito viene donato per celebrare una nascita. In Italia è ingiustamente ritenuto il fiore dei morti e non viene quindi valorizzato nei giardini e sulle terrazze come dovrebbe, e questo nonostante le sue abbondanti fioriture. Ma proprio la sua fioritura autunnale lo ha reso perfetto per addobbare i cimiteri nella festa di Ognissanti e nella seguente, appunto, commemorazione dei nostri defunti.

Il vialetto di casa bordeggiato dai crisantemi sarebbe certo una scelta estetica audace e apprezzata da pochi, ma avrebbe anche l’indubbio vantaggio di allontanare gli scocciatori scaramantici. Nei giorni scorsi ne stavo, appunto, ammirando l’esuberante splendore al cimitero del mio paese. La visita al camposanto, oltre che per ricordare i nostri cari che non ci sono più, è sempre molto utile per ricordarci dove finiscono tutti gli affanni della nostra vita. Giulio Andreotti riteneva i cimiteri particolarmente ispiranti, lui al Verano di Roma chiese la mano alla sua amata.

Non solo, l’altissima percentuale di vedove presenti dovrebbe far riflettere noi uomini: l’affanno di cui sopra ci fa comunque arrivare secondi al traguardo rispetto alle nostre dolci metà. Il mio cervello stava appassionandosi a queste divagazioni antropologiche, financo escatologiche, quando sento da un gruppetto una voce: io la domenica leggo sempre Francesco Alberti sul Giornale di Brescia, è di Roncadelle, lo sapete? Le altre ovviamente lo sapevano. Un meraviglioso momento di gloria. Poi sono uscito e sono andato a fare la spesa. Finita la gloria, come un crisantemo qualsiasi dopo Ognissanti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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