Obesi digitali

Ecco «Obesi digitali» per capire i rischi e le opportunità dell’ecosistema digitale

Inizia oggi la rubrica scritta da un avvocato che si occupa di innovazione e tecnologie digitali
Un cellulare - Foto Unsplash
Un cellulare - Foto Unsplash

Partiamo con qualche piccola, semplice, domanda: hai per caso guardato cinque o sei volte, nell’ultima ora, il telefono? Che poi, moltiplicato per le circa diciotto ore di veglia fa circa cento al giorno? Ti è capitato di interrompere un’attività perché il tuo telefono ha fatto «plin» e morivi dalla voglia di sapere chi ti aveva scritto? O dormi forse col cellulare sul comodino perché l’ultima cosa che fai la sera, e la prima quando ti svegli, è guardare lo smartphone? E dimmi la verità: quando parli con qualcuno lasci il telefono sul tavolo vero?

Se la risposta alle domande è sì, allora forse c’è un problema. E io sono qui per te, per voi.

Mi chiamo Federico Vincenzi, sono padre di cinque figli e come avvocato mi occupo di innovazione e tecnologie digitali. Questo vuol dire due cose: ho a cuore il futuro dei nostri pargoli ma, credetemi, non odio le tecnologie, non sono un luddista che vede come unica soluzione lo spegnere tutto. Anzi, conosco bene il potenziale enorme che si cela dietro le sequenze di uno e zero che popolano i nostri dispositivi.

Ma resta un fatto: abbiamo un problema. L’abbiamo noi genitori che, francamente, non siamo un ottimo esempio e lo hanno soprattutto i nostri figli. Sono edifici umani di cui stiamo costruendo le fondamenta, ed è essenziale raddrizzarle prima che sia troppo tardi.

«Obesi digitali» nasce per questo: per aiutare chi vuole a prendere consapevolezza dei rischi e, perché no, delle opportunità che l’ecosistema digitale offre. Si dice infatti che la differenza, in un mondo come quello di oggi in cui ci sono più persone con un telefono che persone con un bagno, non stia più nel disporre o meno di una connessione, ma nel saper vivere con competenza e intelligenza il digitale.

In fondo, se ci pensate bene, la storia si ripete: arriva una nuova tecnologia e ci fa paura. È successo a suo tempo con la scrittura: Platone stesso temeva che potesse diventare il sepolcro della memoria. E invece sappiamo quanto sia stata importante. È successo alla stampa, quando addirittura le prime stamperie vennero accusate di stregoneria. È successo addirittura all’ascensore, salutato da alcuni come tecnologia diabolica che avrebbe permesso ai ladri di fuggire rapidamente col maltolto anche dai piani alti. Ma poi, la storia ci insegna, siamo stati sempre in grado di addomesticare le nuove tecnologie. Sempre.

Ma, mi domando: sarà così anche questa volta? Ne parleremo insieme, in questa mia rubrica «Obesi digitali».

Buon viaggio a voi, e a me.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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