Lettere al direttore

Un triste addio nella Casa di cura di via Turati

Carissime Suore, cara comunità. Prendere la parola oggi non è facile, perché nel cuore di tutti noi si mescolano tanti pensieri e, soprattutto, una commozione profonda. A fine agosto si chiude un capitolo storico per la nostra Casa di cura e per tutta Brescia. Da circa settant’anni nella sede di via Turati - e per quasi un secolo se pensiamo alle prime testimonianze delle suore in città -, questa struttura è stata molto più di un luogo di cura: è stata una casa, un rifugio e un punto di riferimento, animato dallo spirito e dal carisma di San Camillo. Per me, scrivere queste righe oggi ha un valore doppio e profondamente personale. La mia storia con voi affonda le radici nel tempo: nel 2001 ho conseguito il diploma di laurea come infermiera proprio nella vostra scuola di Rieti con la cara suor Afra. E molti anni prima di me, quando aveva solo diciassette anni, anche la mia mamma Maria Fiorella e diciotto anni sua sorella Olga, guidate da suor Carla, hanno percorso quei medesimi corridoi, imparando da voi non solo una professione, ma uno stile di vita. Attraverso le generazioni, ci avete insegnato che essere infermieri non significa semplicemente svolgere un lavoro o applicare delle tecniche. Significa «mettere più cuore in quelle mani», proprio come voleva il vostro Fondatore. In questi anni trascorsi insieme nella Casa di cura di Brescia, abbiamo vissuto una dimensione di cura rara e preziosa. Grazie a voi e alla realtà che avete custodito con tanto amore, noi operatori abbiamo avuto la possibilità e il privilegio di dedicarci davvero al malato. Non solo alla sua malattia, ma alla sua persona, ascoltando le sue paure, stringendo le sue mani, donando quel tempo e quell’attenzione speciale che spesso il mondo di oggi rischia di dimenticare. Le Figlie di San Camillo sono un’istituzione grande e presente in tutto il mondo, ma la grandezza vera che ci lasciate qui, a Brescia, sta nella piccolezza dei gesti quotidiani, nella presenza silenziosa e costante al letto del soffrente, nel sorriso donato nei momenti più difficili. Voglio dirvi un grazie immenso. Grazie per la fiducia che ci avete accordato. Grazie per l’esempio che ci avete mostrato ogni singolo giorno. Grazie per averci insegnato che l’assistenza è, prima di tutto, un atto d’amore. Anche se le porte della Casa di cura si chiuderanno, l’impronta che avete lasciato nei nostri cuori e nella storia di questa città non si cancellerà. Il vostro insegnamento continuerà a camminare con noi, in ogni gesto di cura che compiremo da oggi in poi. Che San Camillo continui a benedirvi e a guidarvi ovunque la vostra missione vi porterà. Grazie di cuore.

Michela Spinozzi

Cara Michela, ci sono vocazioni che rinnovano il carisma, altre che lasciano il campo, semplicemente, dopo aver compiuto la loro missione. La sua e la lettera seguente - entrambe su uno stesso argomento, eppure così differenti - non danno risposte, semmai indicano suggestioni e (soprattutto quella di don Toninelli) suggeriscono domande alle quali di solito non la cronaca, bensì la storia può rispondere. Su un punto tuttavia sono identiche: nel riconoscere alla comunità delle suore di San Camillo e all’opera svolta negli anni un valore incommensurabile. Non aggiungiamo oltre, poiché voi restituite perfettamente la carità e l’umanità dimostrata nel prendersi cura di anziani e malati. E più grande del dispiacere per il loro andarsene c’è soltanto il grazie che rivolgiamo loro, per esserci state. 

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