Lettere al direttore

Storia di Giacomo, magütt deportato e maestro di vita

Sono il nipote di Scaroni Giacomo, vissuto a Castenedolo (Castenedolo sul lago, come lui ironicamente lo chiamava) dal 1915 al 1998. Da ragazzo andò a lavorare molto presto come «magütt» nell’impresa di costruzioni Pisa, molto famosa allora e con esponenti illustri a livello nazionale sino a pochi anni fa, diventando con il tempo un provetto muratore e capomastro. Allo scoppio della guerra si arruolò in Marina, marinaio che non sapeva nuotare, e per questo venne impiegato come addetto alle cucine. Il settembre ’43 si trovava in Grecia, sull’isola di Creta ad Heraklion. Mi raccontava di una buona disponibilità di cibo per i nostri soldati, mentre sull’isola la popolazione soffriva la fame. Di animo sensibile e generoso, finiti i pasti dei suoi compagni recuperava gli avanzi, usciva dall’accampamento di nascosto e li portava a bambini e ragazzi del posto che stazionavano fuori dall’accampamento e lo attendevano impazienti per... riempire lo stomaco. Con l’otto settembre fu fatto prigioniero e portato in Germania a Berlino. Qui, nella sventura, ebbe la fortuna che uno dei capi del campo di concentramento era un ingegnere impresario edile il quale, saputo che in precedenza in Italia faceva il muratore, se lo portò a casa sua tutti i giorni impiegandolo a fargli fare tanti lavori che gli servivano. In questo modo visse la prigionia in modo forse meno traumatico, anche se soffrì comunque la fame (infatti quando tornò era veramente «all’osso»). Durante il lavoro, dall’ingegnere ebbe modo di imparare un po’ di tedesco, riuscì a impostare qualche dialogo e a stabilire un buon rapporto personale con il suo «datore di lavoro» e con la moglie guadagnandosi da loro una certa stima e fiducia. Ciò nonostante un giorno, mi raccontava, nel quale l’atmosfera era relativamente tranquilla e tale da consentire qualche parola più in confidenza, gli venne in mente di chiedere all’ingegnere: «Perché mai facciamo questa guerra?». L’ingegnere non gli ripose, gli voltò le spalle e se ne andò bruscamente senza commentare… Ebbe poi dalla moglie la spiegazione di tale brusco comportamento: il marito era evidentemente molto convinto della guerra in corso, e si era particolarmente offeso per questa domanda, seppure espressa in tono pacato, quasi dimesso, e se n’era andato di colpo per… «non sparargli» (così gli disse la moglie). Si era salvato unicamente per la stima che si era conquistato come persona e con il suo lavoro. Alla fine della guerra prese la via del ritorno a casa a piedi con alcuni altri prigionieri italiani con i quali aveva fatto amicizia. Un giorno capitarono in una fattoria semi abbandonata, mi pare in Polonia, all’interno della quale trovarono un cavallo. La fame era tanta e il povero animale rappresentò una grande opportunità per calmarla per cui lo macellarono senza esitazione e con molta soddisfazione. Provveduto a quanto necessario per procedere al banchetto, al momento di iniziare arrivarono sul posto alcuni altri prigionieri guidati nientemeno che da... padre Ottorino Marcolini. Padre Marcolini fece valere la sua figura e con molta fermezza ed autorità, mi raccontava lo zio, impose letteralmente ai presenti di dividere fra tutti i resti del povero cavallo! Lo zio raccontava con emozione e con trasporto tutte queste vicende, si capiva che gli sembrava di riviverle. Rientrato, dopo lungo peregrinare e con fatica a Castenedolo, si ritrovò qui con vecchi amici e compagni di lavoro. Insieme misero in piedi la Cooperativa Muratori di Castenedolo, che all’epoca divenne una grossa impresa, con lavori sino in Sicilia. Purtroppo l’impresa non andò bene, ma lui non abbandonò l’attività e costituì con un geometra una sua impresa edile con la quale lavorò sino alla sua morte. Amava molto gli animali, tutti, e nel campo vicino a casa aveva dalle viti agli alberi da frutta: il tutto rappresentava per lui un hobby, ma non tralasciava mai di raccontare in tante occasioni le sue esperienze di guerra. Ho finito di raccontare...

Osvaldo Natalini

Caro Osvaldo, lei ha finito di raccontare, noi invece continuiamo a gustare la storia che ci propone e ciò che essa ispira in noi. Per non annoiare ci limitiamo a tre pensieri liberi e sparsi. Innanzitutto il ricordo di un nostro prozio, Emilio Balzaretti, anch’egli deportato in un campo di lavoro in Germania dopo l’8 settembre. Gli stenti, la fame, le oppressioni per la cattività e le speranze del ritorno a casa siamo certi siano stati gli stessi del suo Giacomo. Secondo: la curiosità. «Magütt» è termine dialettale lombardo, che tuttavia deriva dal latino. Dalla fabbrica del Duomo di Milano, per la precisione, che indicava i lavoratori edili quali «magister» e negli elenchi, per abbreviare, aggiungeva «ut supra», come sopra. Da lì la contrazione «mag» «ut», trasformato poi dalla lingua parlata in «magütt». Terzo infine, e più importante, riguarda la figura di padre Ottorino Marcolini, presbitero, ingegnere e matematico della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, celebre per aver rivoluzionato l’urbanistica sociale di Brescia nel secondo dopoguerra. Il «muratore di Dio» fu soprannominato. Ma era un «magister», in tutto e per tutto.

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