Anche quest’anno, attorno al 25 Aprile, si ripete una dinamica che ha qualcosa di meccanico. Alcuni ambienti liberali e radicali sembrano aver trovato una nicchia comunicativa precisa: quella del menato di professione. Si espongono deliberatamente nei contesti dove l’attrito è prevedibile, lo cercano e lo inseguono. Non per allargare consenso o costruire qualcosa che duri, ma per ottenere l’episodio: lo spintone, l’insulto, la reazione. Materiale pronto per essere documentato e rilanciato. Più che azione politica, è produzione seriale di contenuti. Dall’altra parte, i custodi più intransigenti della ricorrenza presidiano il 25 Aprile con zelo notarile: delimitano, includono, escludono. Difendono una memoria come se fosse proprietà esclusiva, irrigidendola in rito. Nel farlo, finiscono spesso per vegliare non una memoria viva, ma un impianto ideologico che ha perso presa sulla realtà quanto quello che si dice di aver sconfitto. Anche qui, il gesto sostituisce il significato. Nasce così un circuito chiuso: gli uni hanno bisogno degli altri per esistere. Gli uni cercano l’episodio che certifichi la propria presenza; gli altri trovano in quell’episodio la giustificazione per ribadire il proprio perimetro. Il risultato è una ripetizione che rassicura chi vi partecipa e allontana chi resta fuori. Nel frattempo, il Paese reale procede altrove. Il punto, mi pare, riguarda la libertà. La libertà non è una scena da recitare una volta l’anno, né un copione da custodire gelosamente. È una pratica quotidiana, imperfetta, che vive di responsabilità e risultati.
Silvio William Fappani
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