Preferenze, la rivolta dei peones parlamentari
La rivolta dei «peones» e il posto fisso garantito a 15.000/mese ovvero le preferenze hanno messo in minoranza il governo. La paura, anzi la certezza che la riforma della legge elettorale avrebbe messo in discussione il posto a Montecitorio di una quarantina di deputati non più protetti dalle liste bloccate ha scatenato il terremoto politico. Questo dà la misura, da un lato, della poca consistenza dei principi dichiarati a parole (difesa della libertà, lavorare per gli interessi del «popolo», ecc. ecc.) pronunciati ad ogni piè sospinto dai parlamentari nei talk show e negli interventi pubblici e, dall’altro lato, della forza che esercita un introito mensile di circa 15.000 euro nelle tasche di chi non li aveva mai visti in vita sua prima di prendere il treno per Roma. La paura che la modifica della legge elettorale potesse mettere in discussione il posto garantito in Parlamento ha fatto sì che scattasse immediatamente un meccanismo di autotutela tale da mettere in secondo piano gli «interessi superiori della nazione». La seconda prova di forza di Giorgia Meloni messa in atto attraverso una riforma tesa a modificare gli assetti istituzionali (avere i voti per eleggere il capo dello Stato) ha così subito una pesante battuta d’arresto. A qualche mese dalla sconfitta al referendum il presidente del Consiglio compie un secondo grave errore di valutazione politica, questa volta doppiamente grave perché fatto sulla consistenza etica e politica del suo stesso partito.
Ludovico Guarneri
Ghedi
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