Povertà lavorativa, bollette e quel bisogno d’umanità
Conosco di persona, da alcuni mesi, la difficile realtà in cui una giovane mamma di colore di 30 anni vive con i suoi 2 bimbi di 5 e 7 anni (uno dei quali soggetto a cure psicologiche) nella città di Brescia. Lavora nell’ambito delle pulizie di uffici e mense tramite una agenzia di lavoro «interinale»; lavora a «chiamata», cioè lavora un’ora oggi, una e mezza dopodomani (e forse niente il terzo giorno) al prezzo di 7,00 euro lordi all’ora (come da contratto). Con quanto guadagna (circa 300 euro al mese), riesce solo a pagare il cibo e i vestiti per i figli e per sé. Trova parziale sostegno nella Caritas di zona per il cibo e dall’Associazione «Il Parco di Piero» per i vestiti dei bimbi. Gli assistenti sociali fanno quello che possono. Ha in corso una causa di divorzio dal marito che non le riconosce nemmeno l’assegno unico incassato dall’Inps per i due figli! E le bollette di luce e gas? Riscontro con molto rammarico e un poco di rabbia, come il «nostro campione nazionale A2A Energia» abbia procedure di dilazione del pagamento delle bollette che definire stringenti e rigide è un eufemismo. Cioè, prima devi pagare la bolletta scaduta e poi valutano se dilazionare la bolletta a scadere (in questo caso entrambe di circa 170 euro). E il fornitore di energia arriva al punto di tagliare pesantemente l’erogazione di corrente (funziona solo il frigorifero in casa!) dopo un solo sollecito scritto. Non penso di sbagliare nel dire che una volta (e non parlo solo del «Caso Olivetti e del fondatore Adriano»), molte aziende perseguivano anche uno scopo sociale, che non è quello di aiutare chi potrebbe pagare ma volutamente non lo fa, ma sostenere gli utenti in difficoltà e valutare con «umanità» e selettività le misure da prendere nei confronti delle persone-utenti. E certamente le misere retribuzioni (in questo caso di 7 euro lordi all’ora), sono da anni una delle cause della difficoltà di vivere dignitosamente di molte persone (di qualsiasi colore).
Fabrizio Pizzamiglio
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