Pelizza e la sua macchina: manca qualsiasi verifica
Ho letto con interesse la lettera della «docente in Filosofia e Scienze Umane» Carolina Manfredini, pubblicata su queste pagine lo scorso 8 giugno, secondo cui ci sarebbe un «silenzio» attorno alla vicenda di Rolando Pelizza e della presunta Macchina di Majorana. Pelizza, clarense nato nel 1938, dichiara di avere conosciuto Ettore Majorana - fisico, collaboratore di Fermi scomparso misteriosamente nel 1938 - e di avere ricevuto da lui i progetti di una macchina capace di annichilire la materia, produrre energia infinita, tramutare la gommapiuma in oro e ringiovanire un organismo vivente. Manfredini scrive che simili affermazioni meriterebbero «attenzione culturale e approfondimento serio, non superficialità o derisione», attribuendo il presunto silenzio al «potere» e al «controllo» che forze non identificate eserciterebbero su questa conoscenza. Mi permetto un paio di osservazioni, da autore di un saggio sulla vicenda («L’Ultimo Segreto di Majorana: la Macchina di Rolando Pelizza») e da moderatore dell’incontro «La Macchina di Majorana: una storia senza prove», promosso lo scorso 12 gennaio in Senato dalla senatrice a vita Elena Cattaneo. Attorno a Pelizza non c’è alcun silenzio: anzi. Lo dimostrano la docuserie che Telecolor gli dedica da oltre un anno; e le pagine social dei suoi seguaci contano migliaia di iscritti. Il punto è un altro. È la stessa Manfredini a riconoscere che le straordinarie funzioni della Macchina sarebbero ancora da provare scientificamente. E qui sta il nodo: non il silenzio o la derisione, ma la ritrosia di Pelizza e dei suoi collaboratori a permettere che quelle prove vengano effettuate. Negli anni ’70, trattando la vendita della Macchina con i governi di Stati Uniti, Italia e Belgio, Pelizza si rifiuta sempre di farla esaminare dalle rispettive commissioni scientifiche, limitandosi a produrre video in cui - a suo dire - avrebbe annichilito bersagli forniti dai governi stessi. Intorno al 2015 avvicina anche il Politecnico di Milano, chiedendo che una commissione ne verifichi il funzionamento; ma, visto il protocollo sperimentale ipotizzato, abbandona la proposta di sua iniziativa. Lo racconta Maurizio Masi, membro di quella commissione, con cui mi sono confrontato in un incontro pubblico tenutosi nel maggio 2025 al Politecnico e disponibile sul canale YouTube dell’ateneo. Va poi ricordato che, a detta di Pelizza, la Macchina funzionerebbe solo grazie a un eletto capace di convogliare quello che lui chiama «il dito di Dio», e che a guidarlo nella sua costruzione sarebbe stato l’arcangelo Uriel, apparsogli in sogno. A chi chiede prove, insomma, Pelizza risponde al più con video girati in solitudine, con lettere di un Majorana ormai centenario datate fino al 2006 (mai sottoposte, nonostante le mie ripetute proposte, a una datazione professionale) e con il racconto di una macchina capace di aprire un «portale verso un’altra dimensione». Nessuna prova scientifica. Non è il silenzio a relegare ai margini le affermazioni di Pelizza: è la totale assenza di verifiche, sistematicamente resa impossibile da lui stesso.
Lorenzo Paletti
Brescia
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