Non voglio più sentirmi in pericolo nella mia città
Giovedì scorso, verso le 18, ho vissuto un’esperienza che mi ha profondamente turbata. Mi trovavo nell’ascensore che dalla piazza conduce al parcheggio interrato in Vittoria, nel cuore di Brescia, quando ho incontrato due uomini di origine nordafricana già presenti al suo interno. Entrambi sembravano attendere che fossi io a premere il pulsante per scendere. Ho chiesto ripetutamente a quale piano dovessero andare, ma i due fingevano di non comprendere, evitando di rispondere. Ho immediatamente avvertito che qualcosa non andava. Un’intuizione, una sensazione di pericolo che mi ha spinta a indietreggiare e a uscire dall’ascensore. A quel punto, i due uomini sono fuggiti. Non posso affermare con certezza quali fossero le loro intenzioni, ma la dinamica dell’accaduto mi ha fatto temere concretamente di essere sul punto di subire una rapina. Mi sono salvata da una situazione che ho percepito come minacciosa, ma ne sono uscita profondamente spaventata. E allo spavento è subentrata la rabbia. La rabbia di chi si domanda come sia possibile che una donna debba sentirsi in pericolo semplicemente per aver deciso di prendere un ascensore. È questa la città che vogliamo? Una città nella quale la paura diventa una compagna silenziosa dei nostri spostamenti? Una città nella quale dobbiamo imparare a diffidare, a proteggerci, a valutare continuamente il rischio di gesti che dovrebbero appartenere alla più assoluta normalità? Brescia è una città alla quale sono profondamente legata, ma oggi mi sono sentita estranea e vulnerabile proprio nel suo cuore. Ho la sensazione che stiamo progressivamente cedendo spazi di libertà a una criminalità sempre più sfacciata, che sembra non temere né il controllo né le conseguenze delle proprie azioni. Non possiamo accettare che le nostre città diventino ostaggio di bande di delinquenti e che siano i cittadini onesti a dover modificare le proprie abitudini per sentirsi al sicuro. Non è una questione di provenienza geografica, ma di comportamenti, legalità e rispetto delle persone. La sicurezza è un diritto di tutti e deve essere garantita a tutti. Ed è proprio questo che non sono disposta ad accettare. Mi rivolgo alle istituzioni cittadine e alle autorità preposte alla sicurezza affinché non si limitino a rassicurazioni formali. Occorrono controlli, prevenzione, attenzione ai luoghi più vulnerabili e una presenza concreta dello Stato. Non voglio vivere in una città nella quale una donna debba considerarsi fortunata per essere riuscita a uscire in tempo da un ascensore. Non voglio che la prudenza diventi paura, che la diffidenza sostituisca la fiducia e che la rassegnazione prenda il posto dell’indignazione. Perché una città non è davvero libera quando i suoi cittadini devono trovare il coraggio di compiere gesti ordinari. Oggi sono riuscita ad allontanarmi. Ma continuo a chiedermi che cosa sarebbe potuto accadere se avessi premuto quel pulsante. Ed è una domanda che non dovrebbe essere lasciata senza risposta.
Velia Platto
Brescia
Cara Velia, nessuno può sapere cosa sarebbe accaduto se avesse premuto quel pulsante e proprio per questo siamo prudenti nell’ipotizzare scenari, preferendo concentrarci sulla sua percezione, sul timore che ha, sul rischio che avverte. Il resto sono illazioni, sospetti, eventualità, invece la sua paura è un dato reale e non si può liquidare sostenendo che quando ci si sente in pericolo, tutto viene avvertito come pericolo. Raccogliamo allora il suo invito a conservare le città come luoghi sicuri, ricordando che esse lo sono quanto sono popolate, ricche di iniziative, accoglienti. In una parola, vive e vissute.
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