Lettere al direttore

L’Odissea di Nolan un «commento» all’opera di Omero

Giustamente è stato detto che «Odyssey» è l’Odissea di Nolan e non quella originale di Omero. Ma poi cosa intendiamo per originale? Il testo tradito dalla sistemazione del V sec. a.C., ordinato dagli Alessandrini, limato poi dalle interpolazioni e riesumato da strati fossili ancora leggibili? In riferimento a ciò, cosa è la splendida rappresentazione che noi leggiamo oggi ormai cristallizzata? E quanto ce la raccontano le infinite traduzioni impregnate del gusto dei tempi e dei traduttori? Allora una prima notazione è che Nolan narri un Odisseo a noi contemporaneo - non moderno: cosa resterà della nostra modernità fra 50 anni? - uomo spezzato e dimidiato, che attraversa episodi riletti da una sensibilità che non può essere quella di un aedo o di più aedi che hanno composto o riassemblato storie già antiche nel VII sec. a.C. Né tantomeno quella del polùmetis polumékan Ulisse, dall’intelligenza versatile e scaltra, volto all’affermazione eroica di sé senza dimenticare innegabili profondità liriche... e non è poi che altre tradizioni ce l’abbiamo sempre presentato così: basti pensare al sordido truffatore nel «Filottete» di Sofocle. Perché Nolan non chiosa solo la figura del protagonista, ma ne impronta della sua potente ideazione l’intero mondo, dal momento che non si possono mettere fra parentesi venticinque secoli di storia e di cultura: e la contaminazione d’alto livello è intrigante, decodificandone i piani. Lungo questo filo alcune scene mi hanno fatto balenare alla mente suggestioni - ripeto: opinabili suggestioni - soprattutto temi e richiami alla grande tragedia greca: ad esempio la potente emersione dalla terra (dell’ombra) di Dario nei «Persiani» di Eschilo e la dolente consapevolezza tragica di fronte ad una hybris, ad un’arroganza che è misconoscenza del senso del limite e dell’umano. Forse qui va un po’ persa quell’aurea fantastica e romanzesca dell’Odissea omerica e la narrazione si inclina ai toni più crudi ma anche più umani dell’Iliade: la stessa violenza antropica, che nell’Odissea pare concentrarsi negli ultimi canti, nel film si distende sull’intera vita dell’eroe come un’oppressiva colonna sonora e una tragica illuminazione. Ammetto di essere entrata al cinema gravida di pregiudizi col mio pervicace conservatorismo epico, che del resto s’è presto arreso: né gli epiteti né i personaggi mi hanno disturbata, proprio perché il film è un commento, un a-margine all’opera di quello che noi per convenzione chiamiamo Omero. Che il biondo Menelao non sia biondo, che Elena dalle bianche braccia abbia le fattezze di una splendida attrice afroamericana non cambia nulla. Anche Era nei poemi omerici è apostrofata «dagli occhi bovini» e ciò non significa avesse gli occhi da bue, solo che la connotavano pupille grandi e splendenti come si confaceva ai canoni di bellezza dell’epoca. Ogni tempo ha letto i grandi classici con propri mezzi e strumenti, garantendo conservazione e vitalità delle opere. È la pretesa fedeltà che suona come un’ingombrante sovrastruttura, nemmeno una fotografia è rappresentazione oggettiva. Ed è per questo che mi ha fatto sorridere l’esternazione di Elon Musk che, dal suo pulpito di strenuo difensore della civiltà occidentale e padre di un rampollo chiamato come una stringa informatica (X Æ A-XII per la precisione), dichiarava che avrebbe ricreato con l’intelligenza artificiale una replica assolutamente fedele. A questo punto sarei disposta ad applaudire persino un’Odissea ambientata su Marte con E.T. che telefona a Itaca...

Silvia Bianchetti

Quinzano

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