Le scelte di Conte e le conseguenze del Superbonus
In queste settimane si leggono notizie di imprese coinvolte nei lavori del Superbonus 110% che chiedono di accedere alla cosiddetta «composizione negoziata» per ristrutturare il proprio debito, nel tentativo di evitare il tracollo finanziario. Altre, purtroppo, sono già fallite. Non si tratta di una semplice fase economica sfavorevole: molte di queste realtà non erano imprese solide, ma soggetti improvvisati che hanno cercato di sfruttare un’occasione straordinaria senza possedere né struttura né competenze adeguate. Si è assistito alla nascita di operatori che definire imprenditori è quasi un torto verso chi lo è davvero: persone che hanno fiutato l’opportunità di guadagni facili, salvo poi ritrovarsi travolte da una gestione caotica, da crediti incagliati e da una normativa confusa che cambiava di continuo. Il risultato è che si sono messi nei guai e, cosa ancor più grave, hanno trascinato con sé fornitori, professionisti e altri attori coinvolti negli stessi cantieri. È bene ricordare che l’architettura di questa misura porta un nome preciso: Giuseppe Conte, capo politico del Movimento 5 Stelle. Il Superbonus 110% non è stato un episodio isolato, ma parte di una serie di provvedimenti accomunati dalla stessa logica: dal Reddito di cittadinanza, che ha generato distorsioni e abusi, al Bonus vacanze, pensato per sostenere chi non disponeva delle risorse necessarie ma rivelatosi dispendioso e poco efficace. Oggi paghiamo le conseguenze di scelte prive di buon senso, che hanno inciso profondamente sui conti pubblici e alimentato aspettative irrealistiche, creando un sistema economico fondato su incentivi privi di reale sostenibilità. È opportuno che gli elettori non dimentichino l’origine di queste misure e le responsabilità politiche che le hanno generate: quando un sistema fallisce, fallisce per tutti, e soprattutto per coloro che avevano creduto in quelle promesse.
Damiano Ferrari
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

