Lettere al direttore

Le contraddizioni alimentano il dissenso

Dopo il trionfo di AfD in Sassonia-Anhalt è ripartita la liturgia europea dell’allarme: Weimar, anni Trenta, cordoni sanitari, democrazia in pericolo. Preoccupazioni forse legittime. Ma prima dell’indignazione sarebbe utile una domanda meno teatrale: che cosa vogliamo salvare, e da che cosa? L’Occidente non è fallito. Rimane immensamente ricco, tecnologicamente avanzato, militarmente potente e soprattutto libero. Ha però accumulato promesse più rapidamente della produttività necessaria a mantenerle. L’America cresce e si indebita come se il dollaro avesse abolito l’aritmetica; l’Europa si indebita meno ma cresce poco; Italia, Francia, Germania e Spagna dimostrano quanto sia ingannevole persino parlare di un unico «malato europeo». Rimane una volgarità contabile che nessuna ideologia ha ancora abolito: prima si produce, poi si distribuisce. Il celebrato welfare nordico funziona perché quelle economie producono, esportano e amministrano bene. Insomma, fanno welfare con i soldi loro. Noi preferiamo programmi più ambiziosi: più welfare e meno tasse; più difesa e meno spesa; più competitività e meno industria; più mercato, salvo quando vince la Cina; più Europa senza cedere sovranità; più sovranità purché qualcun altro garantisca sicurezza e mercati. Un menu magnifico, purché non arrivi mai il conto. Sul binario culturale accade qualcosa di analogo. La capacità occidentale di processare se stesso è una delle sue maggiori conquiste. Ma l’autocritica può degenerare in autorazzismo: Putin invade e cerchiamo che cosa gli abbiamo fatto; Pechino minaccia e ci chiediamo come l’abbiamo provocata. Persino quando ci detestiamo conserviamo la presunzione di essere il centro della storia universale. Benedetto XVI individuò in Spe salvi l’errore antropologico di Marx: aveva dimenticato l’uomo e la sua libertà. È il difetto ricorrente delle utopie: trovata la struttura perfetta, immaginiamo che arriverà l’uomo adatto ad abitarla. Vale anche per l’Europa federale. Sarebbe razionale avere difesa, energia, debito e politica estera comuni. Poi arriva l’uomo: il tedesco deve condividere il rischio italiano, il francese la sovranità strategica, il polacco la sicurezza. E qualcuno deve poter dire ai loro figli: si combatte. Necessario non significa possibile. Putin, paradossalmente, potrebbe essere il miglior padre costituente involontario dell’Europa: una minaccia reale può ottenere ciò che cento convegni sulla governance non otterranno mai. Se non basta nemmeno questa, qualche dubbio sul progetto sarà consentito. In questa confusione prosperano AfD, Rassemblement National, Vannacci e, dall’altra parte, Mélenchon, Avs e radicalismi assortiti. Non sono uguali. Condividono però una singolare immunità dalle conseguenze delle proprie premesse. Il sovranista rivendica una sovranità che spesso non ha la scala per esercitare. L’anticapitalista vuole distribuire una ricchezza della cui produzione parla sempre meno. Il populista promette meno tasse, più pensioni, più sanità e più difesa: paga l’immortale «qualcun altro». Il putinista rosso ammira Mosca perché sfida il capitalismo americano; quello bruno perché sfida la decadenza liberale. Strade opposte, talvolta stesso capolinea. E le contraddizioni non li indeboliscono. Li alimentano. Forse perché il consenso antisistema non cresce soltanto quando gli elettori impazziscono. Cresce anche quando il sistema risponde con formule - transizione, inclusione, resilienza, sovranità, competitività, più Europa, prima gli italiani - evitando tre domande assai meno eleganti: chi produce, chi paga, chi decide? Non so se AfD sia malattia o sintomo. So che gridare «fascismo» al termometro non abbassa la febbre, così come gridare «Bruxelles», «globalismo» o «capitalismo» non costituisce una diagnosi. Prima di salvare l’Occidente sarebbe utile capire che cosa funziona ancora, che cosa no e, soprattutto, che cosa riteniamo davvero degno di essere difeso. AfD non è la risposta. È una delle domande che l’indignazione ci permette comodamente di non affrontare.

Silvio William Fappani

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