Lettere al direttore

La linea gotica tra Monarchia e Repubblica

Rileggendo l’editoriale del GdB di giovedì 6 giugno 1946 (la cui prima pagina è stata ripubblicata il 2 giugno 2026), diretto da Leonzio Foresti dal titolo Riconciliazione, annunciando la vittoria della Repubblica nel corso del referendum del 2 giugno precedente, invitava in termini pacati la fazione soccombente (monarchica), a rassegnarsi alla volontà popolare, aggiungendo: «Soltanto una esigua minoranza che alla monarchia non aderiva ma sulle sue sorti giocava per oscure quanto impotenti rivincite, potrebbe cedere a tentazioni di reazione». È facile intuire a chi il direttore Foresti si rivolgeva, in quello scorcio di dopoguerra cui non era seguita ancora la pace. Ricordo benissimo le notizie sensazionali, tipo la liberazione di Mussolini, urlata a squarciagola dallo strillone dei giornali, che giocava sulla similitudine dei cognomi Mussolini con Musolino; impossibili «ritorni» di questo o quel politico; il dissotterramento e sparizione dei resti di Mussolini. Ma il capitolo era irrimediabilmente chiuso e questo me lo cacciò in testa mio padre, quel 25 luglio 1943, anche se poi, lui, andò fino in fondo pagando. Se l’ultima fontiera della Rsi era stata la «Linea Gotica», che si sviluppava da Marina di Massa a Pesaro, quel primo referendum italiano tracciò idealmente una seconda «Linea Gotica», a sud della prima, che andava da Orbetello a S. Benedetto del Tronto, dietro la quale erano geograficamente dislocate le regioni «monarchiche»: Lazio, Abruzzi, Campania, Puglia, Lucania, Calabria, Sicilia, Sardegna, mentre a nord si trovavano: Piemonte, Liguria, Lombardia, Venezia Tridentina, Veneto, Emilia, Toscana, Marche, Umbria, «repubblicane». Dopo ottant’anni, a Repubblica fortunatamente ben radicata, a parlare di questa vicenda sembra preistoria, ma è sulla preistoria che si costruisce la storia.

Paolo Minucci Teoni

Brescia

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