La lettera al GdB che mi ha emozionato
Emozione, emozioni, un tuffo al cuore, ridda infinita di ricordi, mai abbandonati, grazie alla lettera di Ennio Bucchi a Mario, miei amici fraterni degli anni più belli della mia vita. Con loro, a completare una quaterna di mille affetti, Vito, portato via dal male che non perdona. Con loro vivevo la Brescia degli anni Cinquanta, «bevuta» a sorsi lunghi, percorsa in lungo e in largo a piedi, tra mille interessi, un cinema o un’accanita partita a calcio, con Mario dallo stile imprevedibile, Vito più sofisticato, Ennio... spettatore, anzi lavoratore per l’intera vita, prima commesso e poi proprietario dei «Magazzini Pontida», nell’omonima via, poi in Piazza Paolo VI. Quattro amici senza mai una discordia, men che meno, un litigio e sì che discutevamo all’infinito su posizioni diverse: Mario diceva la sua e poi lasciava perdere; Vito anti conformista fino al midollo; Ennio ironico, io accomodante, ma non sempre. Poi la vita ha sancito le inevitabili divisioni: ciascuno la famiglia, figli e nipoti, fugaci incontri, senza però mai allentare l’affettuosa amicizia che alberga da sempre nei nostri cuori. Mario, purtroppo, come ha ricordato anche Ennio, da anni vive una vita di smemoria; Ennio lamenta il cedimento delle gambe: se può consolarlo, anche il mio ginocchio sinistro fa le bizze; Vito, da qualche parte del cielo, a cavallo d’una nuvola dorata dal sole, se la ride del riso afono che lo caratterizzava. Così, una lettera al giornale, rivernicia un passato intenso, lieto, amorevole, accompagnato da un intrattenibile velo sugli occhi.
Egidio Bonomi
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