Lettere al direttore

La foto di Pasolini e tutto il film che mi sono creato

Scrivo questa lettera d’impulso, ma di un impulso felice e inspiegabile. Il 12 luglio ho pubblicato una storia con una foto che mi ritrae accanto a un famoso scatto di Pier Paolo Pasolini e sua madre nella loro casa romana dell’Eur. Alla foto, esposta alla mostra «Tre mostre sul ritratto» presso la Cavallerizza di Brescia, ho accompagnato una splendida frase del poeta. Tra i vari «like» ricevuti, ne è arrivato uno inaspettato, da un ragazzo del 2008 che vive a Flero, il mio stesso paese. Avverto il lettore che, da questo momento in poi, il referente di questa lettera sarà quel ragazzo. Per chiarezza narrativa userò un nome di fantasia per riferirmi a quel «gnaro», a quella testa, a quella esistenza, chiamandolo Martino. Bene, fatte queste premesse, direi di iniziare. Caro Martino, la tua risposta alla mia domanda sulla frase di Pasolini è stata: «Mi piace stra tanto bro giuro». Io non potevo essere più felice. Hai visto la mia storia mentre eri al lavoro in qualche fabbrica della provincia (intuizione confermata dalle istantanee che posti), con le mani sporche di olio grasso o polvere nera. Conseguentemente mi viene da pensare che forse hai mollato gli studi, che non giochi più, che sei più piccolo di me e hai già addosso lo struggente peso delle regole! Non hai tempo, quindi, per sognare, perché anche sognare costa e la tua famiglia ha pochi soldi. Crepet dice in un suo libro che «sui sogni non si può mercanteggiare»: tu sai, senza bisogno di leggerlo, che realisticamente questa frase è una presa in giro, e manderesti a quel paese (per non dire realisticamente di peggio) lo psichiatra. Non posso dire di conoscere la tua famiglia, però posso senz’altro dire di conoscere «umanamente» l’ambiente e i ragazzi con cui condividiamo il tempo libero; per questo immagino i tuoi genitori divorziati o comunque in crisi. Il divorzio è un trauma per un bambino, ho già individuato in te tre possibili fragilità: una sul piano idealistico, una sul piano economico e una sul piano affettivo. Uso la parola «fragilità» non a caso, Martino: io non mi azzarderei mai a sentenziare sulle tue debolezze, chi lo fa è tutto tranne che tuo amico, e io voglio essere tuo amico. Le persone impazienti che incontrerai ti etichetteranno inizialmente come il «lupo di Gubbio» e tu, che non hai mai sentito parlare di San Francesco, abbaierai con tutta la rabbia che nella vita hai accumulato. Non so la frase di Pasolini cosa ti abbia smosso, ma so che l’hai compresa (piccola ma sentita chiosa: ricordati Martino, che comprendere, come un po’ utopisticamente sogno abbia fatto tu, è sempre molto, molto più salvifico e maturo di capire, che invece è un «rozzo» e «facile» automatismo), perché poi mi hai fatto la parafrasi più bella, sincera e adulta del mondo e mi hai detto che vorresti approfondire questo personaggio che ha cambiato la mia vita; e farò di tutto perché possa, un poco, cambiare anche la tua. Beninteso, forse non sarà Pasolini, ma ho la fortuna di avere abbastanza libri in camera per lasciare a te la libertà e la curiosità di trovare un «amico illuminato», oltre che in carne e ossa.

Pietro Bertozzi

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