Imprese, mancano programmatori per l’automazione

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Di professione faccio il programmatore software per il mondo dell’automazione industriale. Nell’ultimo anno ho ricevuto circa una decina di offerte di lavoro, molte di queste concentrate negli ultimi due mesi. Ciò può essere visto come un indicatore dello stato di salute delle industrie dato che hanno iniziato ad assumere lasciando alle spalle, faticosamente, la crisi degli ultimi anni. Purtroppo però la situazione non è così rosea come sembra. Anzi, inizio ad essere preoccupato per ciò che comporta nel lungo periodo. Infatti le aziende fanno molta fatica a trovare personale per cui non riescono ad aumentare di dimensione o, se ci riescono, ad un ritmo che non è quello desiderato. Il tutto per far fronte ad un settore per sua natura in continua evoluzione e con un’importanza sempre maggiore a livello di prodotto finito. Ormai una macchina utensile o un video citofono sono inutili senza delle schede elettroniche, ed il relativo software, che permettono di muovere i vari motori, valvole, pistoni e gestire il display. Ci sono aziende di cui vedo gli annunci di lavoro per due anni di fila, alcune di queste sono di grandi dimensione (almeno per quanto concerne le aziende hardware e software), ma mi sembra strano che facciano così fatica. Ciò può essere visto come dei potenziali nuovi prodotti che non possono essere progettati oppure sono pronti con dei ritardi che si traduce in vendite mancate e fatturato che è stato perso. Il tutto per colpa di dipendenti che non si trovano. Sono tutte opportunità di sviluppo che vengono meno, dato che se non siamo noi a produrre e vendere ma aziende estere. Brescia è sempre stata una provincia ricca di acciaierie, da cui si sono sviluppate le aziende meccaniche ed in seguito quelle di produzione di macchinari. Se quest’ultime non riescono a farle muovere, la catena si interrompe, non si riesce più a creare nuove tipologie di impiego per i lavoratori del futuro. Nel nostro ambiente si parla tanto di IoT e di industria 4.0, ma come si pensa di rendere concreta l’innovazione se mancano le persone per farlo? All’Itis nel mio anno di corso sono circa quattro o cinque le persone che hanno più o meno il mio stesso impiego, invece dall’Università di Brescia siamo usciti in due, ma l’altro lavora a Londra. Non siamo gli unici laureati del corso, gli altri studenti però hanno intrapreso diversi percorsi, per cui non rientrano nell’ambito di selezione. Con questi numeri le aziende non vanno molto lontano, anzi, rischiano di venire travolte dalla concorrenza del resto del mondo. Io stesso ricevo offerte che provengono da Bergamo, ma anche da Germania e Belgio e nei convegni ci sono sempre delle bacheche di aziende di tutta Europa che assumono. Mi piacerebbe che il mondo della scuola indirizzasse maggiormente gli allievi ad intraprendere un percorso formativo con maggiori sbocchi occupazionali, al fine di colmare questa mancanza di tecnici specializzati e quindi di far scendere, in primo luogo, la disoccupazione giovanile e, secondariamente, di far crescere e prosperare le aziende. È un obbiettivo lungo e difficile, ma non c’è possibilità di scelta se si vuole continuare a essere innovativi.

// Lettera firmata

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