Lettere al direttore

I bresciani divisi, il tifo per l’Union e... il vino del Cav

Premetto che chi scrive è una persona che ormai si è completamente disamorata del mondo pallonaro. Non per ragioni di matricola, storia, colori o identità; ma solo per il fatto che già la vita non è di per sé semplice. Se poi un gioco (qualunque esso sia), anziché costituire un piacevole passatempo, si dimostra quasi esclusivamente foriero di sterili ed infinite polemiche, contestazioni perenni, insensate fisime o inutili divisioni, francamente non riesco a comprendere che senso abbia interessarvisi. Ricordando la storia del fu Brescia Foot-Ball Club (nome originale del 17 luglio 1911), personalmente penso spesso ad uno dei suoi fondatori, Ardiccio Modena e ad un particolare della sua vita. Costui, di certo, è un Carneade per i più che oggi seguono le gesta pedestri civiche; ma fu un vero sportivo, bresciano di nascita e mantovano acquisito, con un periodo di passaggio nel Regno Unito (nel 1906, fresco di ritorno dall’esperienza albionica, fu tra i fondatori della prima versione del Mantova, a colori biancoazzurri). Il buon Ardiccio - che aveva cominciato a prendere a calci un pallone nei prati in un tempo in cui il pubblico rideva di tale pratica (come annotò lui stesso nel suo testamento olografo) - prese le distanze dal calcio già nel 1966, per la delusione che ebbe nel constatare il fatto che una disciplina sportiva fosse ridotta a una mera questione affaristica (Anno Domini MCMLXVI, 1966!). Posta tale premessa - che dovrebbe dare molto da pensare, anche (e soprattutto) per la recente vicenda della pallacanestro - non mi riesce di comprendere perché la tifoseria del Brescia debba essere sempre divisa come Guelfi e Ghibellini. Ci provò già Berardo Maggi a riconciliare i bresciani - e ci riuscì: lo provano il bel sarcofago nel Duomo Vecchio ed un affresco lacunoso in Broletto - ma durò poco e mi pare che, nella sostanza, non sia cambiato poi granché. Tra chi disconosce l’Union percependola come un’usurpazione e chi risponde con volgarità di ogni sorta ai sopraddetti, io penso al grande Enzo Jannacci. Quando il Milan - storicamente la squadra dei casciavit e dei salariati, insomma della gente comune - fu acquistato da Berlusconi si creò una crisi d’identità nella tifoseria: molti si ritirarono dal tifo per non passare per berlusconiani. Per fortuna, almeno, non c’erano i media sociali (Saeculum aureum!). In una platea di milanisti che pareva popolata ormai solo dai vari Emilio Fede et similia, il grande Enzo - con stile e classe ormai rarissimi - la risolse così: «Non è che se Berlusconi si mette a fare il vino a me non piace più!». Ecco, in questo mondo di malmustùs sono completamente d’accordo con Renato Pozzetto: quanto mi manca Enzo Jannacci!

Lettera firmata

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