Fratello e nipote ricordano il «loro» Giacomo Andrico
Addì 20 luglio, lunedì, giorno afoso di un’estate insopportabile, ore 16.00 pomeridiane. Scendono dalla torre i rintocchi dei bronzi sul piccolo paese della Motella invaso dalla gente: i suoi amici, quelli dello scenografo e regista Giacomo. Un’umanità riunita tutta insieme, finalmente, che con lui ha lavorato e calcato i boccascena di tutti i teatri italiani, europei così come del mondo. Parrebbe quasi una festa se tutti non fossero alla Motella arrivati per salutare per l’ultima volta il Maestro, come tutti lo hanno sempre chiamato. C’è il popolo della Via Crucis di Cerveno col sindaco in testa; gli allievi e colleghi della scuola di scenografia dell’Accademia Naba di Brescia e quelli dell’Accademia americana di Milano dove il «chiarissimo» professore Giacomo ha insegnato teatro sino a poche settimane fa, prima del crollo fisico totale. C’è il popolo del suo paese, gli amici coi quali ha costruito il noto presepe della Motella, i collaboratori del teatro di Parma, Reggio, Torino, Lucca, Firenze, Catanzaro, Reggio Calabria, gli amici arrivati dalla Scala di Milano, di Macerata, di Torre del Lago... le allieve asiatiche e quelle di Seul... dove ha lavorato mettendo in scena capolavori di Verdi e Puccini. Nel coro della chiesa parrocchiale c’è il compositore Francesco Andreoli e il fratello professor Luigi con la moglie Sonia, violinista e orchestrale come il marito. Stipati, sull’altare, dieci preti con in testa don Giovanni che pare la Motella tornata ai tempi lontanissimi del monsignore Giuseppe Lazzaroni quando in pompa magna celebrava la festa dei patroni Fabiano e Sebastiano. Di fatto una festa è stata, ma nel mio cuore e di tanti, ora, c’è una croce in più che non mi dà pace, non mi fa dormire (sono le ore quattro della notte), mi fa pensare a Giacomo, mio fratello minore. Tra me e lui ci sono dieci anni di scarto. Di per sé la Morte avrebbe dovuto portarsi via me, ma non funziona così. Giacomo è sempre stato la mia consolazione perché sapevo per certo che ciò che prendeva in mano sarebbe stato trasformato in Bellezza. Così non sarà più. Ora però, lo giuro, invece di piangere per quello che le sue abilissime mani non faranno più, vorrò capire e valorizzare tutto e meglio quello che di bello ha lasciato a me al mondo del teatro e dell’arte.
Gian Mario Andrico
Era l’estate del 1994, un’estate di afa, mosche e zanzare, come sempre nella Bassa bresciana. Era l’estate del Campionato Mondiale di calcio negli Stati Uniti d’America. Era l’estate del mio primo Mondiale di Calcio: nel 1990 avevo appena sei anni e ho solo un vago ricordo di me seduto sul tavolo, a casa dei nonni paterni, mentre l’Italia perdeva la semifinale con l’Argentina ai calci di rigore. Nel 1994 era tutto diverso. All’evento arrivai preparatissimo, perché lo zio Giacomo, che fino a quei giorni avevo sentito parlare di calcio sì e no un paio di volte, aveva sfilato dalla libreria di casa un volume rilegato in cui, nel corso degli anni, insieme a mio padre, aveva raccolto una miriade di articoli presi dalla rivista «Epoca», nei quali si ripercorreva tutta la storia dei Mondiali di calcio. In quei giorni ho letto e riletto quelle pagine ricche di articoli, aneddoti, curiosità e immagini che raccontavano le imprese dei campioni del passato. Io e lo zio Giacomo, il Mondiale del ’94 l’abbiamo visto sempre insieme, a casa dei nonni, all’ora di cena: l’esordio da incubo con l’Eire, la striminzita e sofferta vittoria con la Norvegia, il pareggio con il Messico (che ci permise di qualificarci tra le migliori terze dei gironi), l’epica sfida con la Nigeria (quando Roberto Baggio decise che quello sarebbe diventato il suo Mondiale), le vittorie con Spagna e Bulgaria. Prima della finale con il Brasile, con lo zio Giacomo e l’amico di sempre Samuele, abbiamo trascorso intere giornate nell’officina del nonno Lino a preparare cartelloni e striscioni, pronti a celebrare la vittoria dell’Italia. Purtroppo sappiamo tutti come sono andate le cose, perché le storie, anche quelle più belle, non sempre hanno un lieto fine; un po’ come la tua, zio, ricca di successi e riconoscimenti, ma finita davvero troppo presto. La finale è stata l’unica partita di quel Mondiale che non abbiamo guardato insieme. L’ho vista al bar, con gli amici, non ricordo dove fosse lo zio quella sera. Ci siamo visti il giorno dopo, a casa. Mi mise una mano sulla spalla dicendomi: «Manuel (mi ha sempre chiamato così), poco male, ci riproveremo tra quattro anni». Risposi: «Zio, tra due anni si giocano gli Europei in Inghilterra». «È vero, ma quelli non contano niente».
Emmanuele Andrico
Carissimi, nei ricordi c’è di bello questo: ciascuno ha i suoi e tutti insieme, come le tessere d’un mosaico, consentono di trasformare il dolore della perdita in una presenza interiore imperitura. Così lo sconcerto per la morte di uno zio e lo strazio per la perdita d’un fratello diventano occasione per noi di riflettere su ciò che conta veramente nella vita (perché, ammettiamolo, è attraverso la lente della morte che riusciamo a vedere con nitidezza ciò che conta davvero nella vita).
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