Diventare padre oggi: cosa davvero è utile e chiedo
Diventare padre a 33 anni significa scoprire un ruolo che oggi è molto diverso da quello delle generazioni precedenti. Un ruolo affettivo, educativo, ma anche logistico e organizzativo, che richiede presenza reale, quotidiana, non simbolica. Desidero ringraziare lo Stato per avermi concesso dieci giorni di congedo pienamente retribuito: dieci giorni preziosi, intensi, necessari. Ma il punto è un altro: dieci giorni non bastano. Da anni ci ripetiamo che «o fai carriera o fai famiglia». È diventato quasi un proverbio, una rassegnazione collettiva. Eppure il padre non può essere un genitore «a tempo determinato», presente solo nei primi dieci giorni di vita del figlio e poi, per il resto dell’anno, nelle ferie. Le ferie sono un diritto, ma non sono la stessa cosa che prendersi cura quotidianamente di un neonato, di un bambino, di un preadolescente. Oggi abbiamo strumenti che potrebbero cambiare davvero le cose. Lo smart working, ad esempio, dovrebbe essere un diritto minimo garantito ai neo-genitori, quando le mansioni lo permettono. Non un favore, una concessione, ma una misura strutturale, uno strumento che non toglie nulla alla produttività, ma restituisce moltissimo alla famiglia: equilibrio, presenza, serenità. Serve una cultura del lavoro più moderna, che riconosca il valore della flessibilità. La possibilità di modulare orari, riorganizzare le giornate, gestire alcune attività da remoto non è un privilegio: è ciò che permette a un genitore di essere efficace sul lavoro e presente in famiglia. La flessibilità non riduce la professionalità, anzi la rafforza: consente di vivere e lavorare meglio, di crescere figli più sereni. E c’è un altro punto che non possiamo ignorare: la parità di genere. Se vogliamo davvero sostenere le donne nel lavoro, nella carriera, nelle scelte di vita, dobbiamo permettere ai padri di assumersi pienamente il loro ruolo. Non esistono politiche per le donne che funzionano se non si interviene anche sul tempo, sulla presenza e sui diritti dei padri. Un padre presente permette alla madre di riprendere in mano la propria vita professionale e personale, riduce il carico mentale, favorisce un equilibrio familiare più sano. È un investimento sociale, non un costo. Serve un cambio generazionale, una visione nuova, che riconosca che la presenza del padre non è un «aiuto», ma una parte essenziale della crescita di un figlio e del benessere di una comunità. Viviamo in una società che rischia di diventare sempre più sola. E forse una delle risposte sta proprio qui: nel permettere ai padri di esserci davvero, non solo per amore - quello c’è sempre - ma anche per diritto. Con fiducia che si possano aprire nuove prospettive.
Giacomo Z.
Caro Giacomo, da padre la capisco benissimo e sono d’accordo con il senso del suo ragionamento, anche se tengo a precisare un aspetto: la possibilità di vicinanza vale più per noi, per il nostro benessere di genitori, che per i figli in sé. La «presenza» infatti, soprattutto quella simbolica, prescinde dalla quantità di tempo trascorso insieme e dal quadretto idilliaco che a volte tendiamo a dipingere, scordando che è anche o forse soprattutto nelle difficoltà, negli inciampi, nelle assenze che cresciamo. Ciò premesso, il chiodo su cui battere è sempre identico, quello della cultura, non del singolo strumento. E più delle parole vorremmo risponderle con l’esempio, cercando di applicare qui, al giornale, con i colleghi, quel cambio di prospettiva che - ne siamo certi - rendendo la vita migliore fa bene anche alla produttività del lavoro. (g. bar.)
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