Lettere al direttore

Chernobyl, e quei bambini accolti in casa

Quando arrivava il pullman li riconoscevi subito: scarni, pelle e ossa, con quella distanza negli occhi fatta di lingua e abitudini diverse. Si scioglieva in fretta, quasi senza accorgersene. La nostra famiglia accolse Andrej, poi il fratello Dimitri. Mia madre li accudiva con una dedizione totale, generosa e istintiva che io e mio fratello arrivammo perfino a essere gelosi. Col tempo capimmo che quell’affetto non si divideva ma si moltiplicava. Erano i bambini di Chernobyl, i figli delle aree contaminate che ogni estate arrivavano in Italia grazie a una catena di solidarietà. Quasi tutti si sono persi negli anni, tra contatti interrotti e ricordi che si affievoliscono. Ma qualcuno è tornato, ha messo radici, ha costruito una famiglia, spesso ancora affiancato dai figli di quelle stesse famiglie che allora li avevano accolti. Prima della partenza mia madre cuciva i soldi nei risvolti dei pantaloni, nelle mutande. Era l’unico modo per far arrivare quelle banconote alle loro famiglie, sottraendole ai controlli e ai posti di blocco lungo il viaggio di ritorno. La prima volta che fecero il bagno nel lago, a Portese, quasi piansero dalla gioia. Così quando prendemmo il battello fino a Malcesine, pranzo in pizzeria. Piccole cose che per loro, ma anche per noi adolescenti di allora, avevano il sapore di qualcosa di mai visto. Quarant’anni dopo, il ricordo torna con una forza particolare. Non per nostalgia, ma perché certi gesti semplici - una porta aperta, dei soldi cuciti in un orlo, un bagno in un lago - dicono ancora qualcosa su chi eravamo.

Giulio Treccani

Gavardo

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