Lettere al direttore

Caso Roggero, proprio non riesco a capire

Vi scrivo perché, lo ammetto, faccio molta fatica a credere nel nostro sistema giudiziario. Anzi, guardando a come vanno le cose, penso che ormai per difendersi in casa o sul lavoro un cittadino debba tenere a portata di mano un Codice penale e un cronometro, per calcolare al millesimo di secondo la reazione «politicamente corretta» da avere davanti a un criminale. Com’è possibile spiegare a una persona normale che il gioielliere Mario Roggero, a oltre settant’anni, sia stato condannato in primo grado a ben 17 anni di carcere per essersi difeso da dei delinquenti armati, inseguendoli fuori dal negozio sull’onda del panico e della rabbia? E che, nello stesso Paese, uno stupratore che distrugge la vita di una bambina di dieci anni se la cavi con appena 5 anni? Cinque anni che poi, tra sconti di pena per «buona condotta» e cavilli burocratici, si ridurranno a poco più di una vacanza breve. Viene quasi da pensare che, a conti fatti, in Italia convenga più aggredire che difendersi: si rischia decisamente meno. Davanti a questo, la domanda sorge spontanea, per quanto cinica: se fosse successo a parti invertite, le cose sarebbero andate allo stesso modo? Se quei delinquenti fossero entrati in casa di un giudice e lui si fosse difeso inseguendoli, avrebbe subito lo stesso identico trattamento e la stessa condanna esemplare? E se quella bambina violentata fosse stata la figlia dello stesso magistrato, lo stupratore avrebbe beneficiato della solita, generosa indulgenza? Io non credo proprio. Ma neanche un po’! La triste realtà è che la legge non sembra affatto uguale per tutti. Lo stato sociale, il tipo di lavoro che si fa e, purtroppo, il peso del proprio portafoglio o del proprio cognome finiscono per fare un’enorme differenza sul modo in cui si viene giudicati. A questo punto, per evitare di prenderci in giro, facciamo almeno un piccolo sforzo di onestà intellettuale: cancelliamo la scritta «La legge è uguale per tutti» dalle aule dei tribunali. Togliamola, se non altro per evitare che qualche cittadino, leggendola, possa ancora rischiare di crederci.

Camilla Agosti

Brescia

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