Lettere al direttore

Caso Garlasco. Il mio consiglio è: «Un bel tacere»

Stavo scrivendo l’ennesima lettera quando l’occhio mi è scappato sulla vicenda di Sempio e Garlasco, che il correttore vorrebbe scrivere Scempio e forse è la definizione corretta di quanto sta accadendo: la storia delle carte gettate nella spazzatura che possono inguaiarci, tocca una corda che molti di noi, grafomani confessi o no, conoscono bene. Il problema non riguarda soltanto chi scrive lettere su foglietti sciolti. Riguarda chiunque oggi abbia l’abitudine innocente e antica di ragionare per iscritto. Il soliloquio scritto è sempre stato una forma di igiene mentale. Oggi rischia di diventare una fonte di autoincriminazione o, più prosaicamente, di imbarazzo pubblico. La differenza rispetto al passato è che la carta almeno si deteriorava. Il digitale no. Chi scrive diari su app, sfoghi in bozze di mail mai spedite, appunti su cloud, vive nell’illusione della privatezza ma in realtà affida i propri pensieri a server di cui non conosce nemmeno la nazionalità. Forse il vero consiglio di oggi è quello che i penalisti danno agli imputati: tacere. Peccato che il pensiero, senza scrittura, arrugginisca.

Giulio Treccani

Gavardo

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