Lettere al direttore

Care Ferrovie, non portateci via il Viandante

Qualche giorno fa mi trovavo alla stazione di Provaglio/Timoline. Conoscete bene quella stana situazione «ferroviaria». Quelle mura sono state animate per dieci anni da un gruppo di ragazzi e ragazze che ne hanno costituito l’essenza, l’elemento distintivo che andava oltre il servizio tipico di un locale. È stata un’alchimia irripetibile. Quei muri e quelle aperture, affacciate sulle torbiere del lago, hanno concesso una possibilità a quelli della mia generazione, coloro che quasi a sessant’anni hanno bisogno di trovare «abitazioni» alternative, dove sentirsi a casa. Matteo, Davide, Michela, Anna e addirittura tre con lo stesso nome, Elisa, hanno permesso a un vecchio come me, di andare in un’altra «sua» casa a trovare altri figli, nuova progenie fatta della stessa materia interiore. E respirare. Quando il treno, diretto in valle o di ritorno verso Brescia, transitava per quella stazione, sembrava di essere dentro a una sequenza disegnata dallo studio Ghibli di Hayao Miyazaki. Sospeso nel tempo e nello spazio e proprio per questo di tutti coloro che ne varcavano l’ingresso, passeggeri frettolosi, studenti, turisti, vecchi come me, giovani, impiegati o commessi viaggiatori. Quest’estate mi trovavo lì, e accanto al mio tavolo c’era una coppia di attempati signori australiani. Con il mio inglese, diciamo così discutibile, ho conversato amabilmente con questi esseri umani, che al «Viandante» erano diventati nuovi personaggi, degni pellegrini di un posto come quello. A un certo punto mi hanno chiesto: «Ma che posto è questo?». Anche loro percepivano che lì, in quel luogo, in bilico tra immaginazione e realtà, sembravano essere dentro la sequenza di un film. Il Viandante è stato per dieci anni il luogo di tutti, la perfetta sovrapposizione tra esigenze di mobilità e accoglienza, una sintesi simbolica del transito e della sosta prima di ricominciare il viaggio. Questo è stato possibile solo per le persone che lo animavano e lo rendevano quello che è stato. Persone autentiche, trasparenti, compagni di viaggio, appunto. Quanti luoghi sono rimasti così in Italia? Vi prego, ve lo chiedo con un’autentica preghiera pagana. Non consegnate questo luogo all’ennesimo ristorante pettinato, nel parcheggio del quale, si trovano solo automobili lunghissime, pulitissime e costosissime. E persone che intraprendono altri tipi di viaggi. Significherebbe snaturare il suo carattere transitorio, la poetica tutta personale che il Viandante ha concesso al nostro territorio e a tutte le persone che lo frequentavano o che ci capitavano per caso. Care Ferrovie Nord, per favore, lasciate questo locale a Matteo e Davide. Lasciateci ritrovare Anna, Michele e le tre Elisa. Lasciateci ritrovare parte della nostra essenza interiore in un luogo che non sia la nostra casa.

Andrea Albertini

Gussago

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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