La giraffa e lo sciacallo

Superare le fratture scomposte della vita

Per essere liberi è necessario non lasciarsi alle spalle storie incompiute
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Il nostro cervello è programmato per pensare alle parole che non abbiamo detto - Foto Pexels © www.giornaledibrescia.it
Il nostro cervello è programmato per pensare alle parole che non abbiamo detto - Foto Pexels © www.giornaledibrescia.it

Per la scrittrice Anaïs Nin: «L’amore non finisce. Piuttosto, proprio come una pianta non innaffiata e curata quotidianamente, si perde, si svuota, si secca, si inaridisce, si trasforma in qualcosa che amore più non è. L’amore non muore mai di morte naturale. Muore per abbandono, per cecità, per indifferenza, per averlo dato per scontato, per inanità, per non essere stato coltivato. Le omissioni sono più letali degli errori consumati». Se questo è vero, se è vero che l’amore non finisce, e soprattutto che non muore mai di morte naturale, allora è chiaro che una volta toccati da questo immortale incantesimo risulterà difficile liberarsi e che, qualora le cose non dovessero andar bene, saremmo intrappolati in un limbo, il limbo dell’incompiuto, luogo dal quale è spesso difficile fuggire.

Un concetto che apparve chiaramente a Bluma Zeigarnik, psichiatra lituana, una sera degli anni ’20 mentre cenava in un ristorante viennese. La sua acuta mente di ricercatrice notò che i camerieri al lavoro riuscivano a memorizzare tantissime ordinazioni ma, una volta servite le pietanze, le dimenticavano, ricordando invece perfettamente, anche a notevole distanza di tempo, gli ordini lasciati a metà. Mise quindi sotto osservazione 164 soggetti fra adulti e bambini, cui affidò compiti ed operazioni semplici da completare entro un tempo massimo di 5 minuti. Improvvisamente li interrompeva, chiedendo loro di passare ad una nuova attività e, infine, li interrogava su cosa ricordassero.

Lo studio confermò quanto osservato a Vienna: i compiti lasciati a metà rimanevano impressi a lungo nella mente. Le motivazioni, per la Zeigarnik, erano dovute a due fattori: lo «shock» dell’interruzione, che enfatizzava l’importanza della prova, ed il fatto che il nostro cervello sia programmato, appunto, a memorizzare quanto non ultimato. Lo studio, pubblicato nel 1927 sulla rivista Psychologische Forschung, argomento della sua tesi di dottorato nel luglio dello stesso anno, divenne poi famoso, e lo è ancor oggi, come: «Effetto Zeigarnik». Se ci risulta quindi difficile dimenticare persone e relazioni inconcluse o concluse contro la nostra volontà, se il Ghosting (improvvisa e vile fuga della persona amata) ci lascia un irrisolvibile senso di disperazione e di sconforto senza nome, che ci induce ad investire il tempo che resta a sondare ipotetiche ragioni e responsabilità, beh, non è colpa nostra.

È il nostro cervello che è programmato a portare a termine i progetti intrapresi, a pensare alle parole che non abbiamo detto, ai baci che non abbiamo dato ed alle decisioni mancate. Dobbiamo a questo affascinante automatismo il restare intrappolati nelle sale d’attesa del tempo, con le tasche piene di incipit, ma grazie a Bluma Zeigarnik abbiamo la chiave per uscire da queste fratture scomposte della vita, da questi corto circuiti dell’azione: occorre portarli a compimento. Arrivare in fondo, all’ultima pagina della storia, all’ultima nota dello spartito, ai titoli di coda del film, alla lettura ed accettazione della parola «fine», serve avere il coraggio di viverne le conseguenze, senza smettere di coltivare la speranza nelle possibilità che ci attendono oltre quel punto a capo che ci libera. Sempre, ovviamente, se vogliamo sentirci liberi…

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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