La scienza può strapparci alla fine, ma solo l’amore può restituirci alla vita

Questa non è solo una storia vera narrata con compostezza e nobiltà d’animo da una madre. Questo è anche il viaggio di rinascita di una figlia
Se bastasse l'amore
Se bastasse l'amore
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Questa non è solo una storia vera narrata con compostezza e nobiltà d’animo da una madre. Questo è anche il viaggio di rinascita di una figlia, Maria Beatrice, alla quale una voce interiore impone di non mangiare. «Io credo, mamma, che dopotutto tredici anni siano sufficienti per aver vissuto. Così mi disse una sera, al tavolo della cucina, calma, pacata, lucida. Mi si gelò il cuore. Lo aveva detto con rassegnazione» scrive Arianna Gnutti nel libro «Se bastasse l’amore (Piemme).

Poche ore dopo, ambulanza, Pronto Soccorso Pediatrico e ancora rifiuto di ricovero nonostante Maria Beatrice, affetta da anoressia nervosa, sia scheletrica e con il cuore che fatica a battere. L’ultimatum al destino arriva per mano di Arianna la sera del 25 gennaio 2021: «La fotografai e inviai l’immagine alla sua psicoterapeuta scrivendo: Mia figlia sta morendo. Dobbiamo ricoverarla!».

Grazie all’intervento della professionista, le porte del reparto finalmente si aprirono. «La mattina seguente, nonostante il "se arriva viva a domani" detto dal medico della Rianimazione la notte precedente» Maria Beatrice è sveglia e persino in grado di sostenere una verifica online. Il suo cuore è soffocato da un versamento pericardico, ma la sua mente è ancora integra. L’abisso della pazzia, che pochi giorni dopo proverà a inghiottirla, sembra ancora appartenere a un mondo altro.

Dietro una ragazzina vittima di bullismo spietato, la lotta indomita di una madre che trae la sua forza dal ritrovato amore per se stessa e il calore di una famiglia attenta e amorevole, emerge l’assurda miopia del sistema sanitario che, etichettandoti «troppo giovane» per avere accesso alle cure specifiche dei disturbi alimentari, ti spedisce in neuropsichiatria dove la normalità è una compagna di stanza che, con naturalezza, «ci disse di avere dodici anni e di trovarsi lì perché aveva tentato il suicidio, che si tagliava braccia e gambe e che, non sapendo bene il perché, aveva cercato di uccidere sua mamma».

Sono situazioni limite, queste, che chiedono una scelta: «Cadere nel nichilismo, lasciandosi afferrare dal nulla e perdendo il senso della verità, oppure aprirsi all’essere trascendente» cioè alla decisione di cogliere il senso di quanto accade, come è stato per Arianna e per sua figlia. Ma c’è dell’altro: oltre a professionisti d’eccellenza incontrati nelle varie strutture, nell’inferno della Neuropsichiatria dell’Ospedale Civile di Brescia, Arianna e Maria Beatrice si sono dovute confrontare con alcuni dottori insensibili per i quali «Se bastasse l’amore», che il 19 marzo verrà presentato a Montecitorio, è un monito necessario. La competenza senza empatia, infatti, è burocrazia del dolore e chi è interiormente arido dovrebbe stare negli uffici, non nelle corsie dove la sofferenza richiede umanità. E cuore.

Chiudo il libro e quel che mi resta dentro è la pace di chi ha sfiorato l’amore. Perché esistono persone che ne sono custodi silenziose, esseri umani straordinari che riescono persino a richiamare un’anima dal ciglio dell’abisso.

Senza amore non siamo nulla e questa non è retorica, ma nuda verità. La scienza potrà anche strapparci alla morte, ma solo l’amore (per noi stessi in primis) può restituirci alla vita.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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