La bellezza nel quotidiano

Cogliere il momento in cui tutto cambia

Gli eventi forti sono il nostro percorso di avvisi che, per svegliarci, arrivano prima in sordina poi via via più rumorosi. Sopravvivere alle sveglie più squillanti dovrebbe aiutarci a sintonizzarci sul nostro «attimo di bene»
Bianca Brotto
Una sveglia
Una sveglia

È successo sabato scorso, ma Bea non riesce a scollarselo di dosso, quel «momento». E quel grazie profondo. La giornata era stata da centrifuga, senza una pausa né tempo per dormire a sufficienza. La donna rincorreva da tempo la data di consegna di un lavoro con vette lodevoli di produttività e calpestio quotidiano di sé.

Qualche settimana prima la vita le aveva già urlato «Rallenta!» facendola cadere ma lei, a parte camminare più lentamente per il dolore al ginocchio, aveva continuato a correre lungo la ruota cricetica del dovere. Il «momento» fu il secondo avviso. È sera. La provinciale corre dritta lungo il filare dei pini marittimi. Bea sta guidando verso casa dove, finalmente, riposerà. Ha le palpebre pesanti, un paio di chilometri la separano dal suo letto e dal «momento» in cui tutto si spegne e lei si addormenta al volante. Quando riapre gli occhi è sulla corsia opposta. Una scarica di adrenalina la riporta in carreggiata, svegliandola. Non è successo niente, ma poteva succedere di tutto. Bea, sconvolta dall’aver sfiorato il peggio, è avvolta da un’ondata di gratitudine.

Da mesi la donna, dimentica dell’essere un tempio da amare, si comportava come una macchina del fare. La voce tonante dei pensieri aveva sovrastato il sussurro del suo corpo che più volte aveva reclamato attenzione ma che Bea, inflessibile giudice interiore di se stessa, non aveva ascoltato. La via d’uscita fu guardarsi dentro per imparare a vivere la libertà vera che non è quella egoica del «faccio sempre ciò che voglio», (cioè ubbidisco come un soldato ai diktat inconsci della mia gabbia mentale), ma quella animica dell’agisco per il miglior bene, cioè in nome della libertà che solo la conoscenza profonda di sé permette.

Mi chiedo: quante volte abbiamo sfiorato la tragedia per pochi metri o per pochi secondi? Quante volte a un funerale ci siamo interrogati sul nostro modo di spendere il tempo? E quante volte, passato quel “momento”, siamo andati avanti esattamente come prima? Mi chiedo: perché il cambiamento non può essere frutto di una nostra scelta ma deve per lo più manifestarsi a seguito di paure e sofferenze?

Gli eventi forti, prima di essere incidenti di percorso, sono il nostro percorso lastricato di avvisi che, per svegliarci, arrivano prima in sordina poi via via più rumorosi. Sopravvivere alle sveglie più squillanti dovrebbe aiutarci, se non a cambiare completamente registro, almeno a sintonizzarci sul nostro «attimo di bene» quotidiano per catturare il quale basta alzare lo sguardo alle fronde profumate di questa primavera. Facciamolo! Non solo perché ce lo meritiamo, ma anche per onorare coloro che non possono più inebriarsi dei piaceri della terra.

In quanto a te (e a me)… «pensa che si muore e che prima di morire tutti hanno diritto a un attimo di bene. Ascolta con clemenza. Guarda con ammirazione le volpi, le poiane, il vento, il grano. Impara a chinarti su un mendicante, coltiva il tuo rigore e lotta fino a rimanere senza fiato. Non limitarti a galleggiare, scendi verso il fondo anche a rischio di annegare. Sorridi di questa umanità che si aggroviglia su se stessa. Cedi la strada agli alberi (F. Arminio)». Soprattutto cedi la strada al cuore.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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